Archivi categoria: Generale

Grazia Deledda, conformista ribelle

Grazia Deledda è stata innanzitutto la prima e unica donna italiana ad aver ricevuto il premio Nobel per la letteratura. Era il 1926. Nell’articolo che segue, Ilaria Muggianu Scano, ci rcconta dell’amicizia con Sibilla Aleramo, dell’astio di Luigi Pirandello, del successo internazionale, del marito che diventa per lei agente letterario. E ancora del regime fascista e della sua Sardegna che ha ispirato la cinematografia di Monicelli. E poi i suoi amori, il senso di libertà che si manifesta anche nel dismettere i tradizionali abiti neri.

Ilaria Muggianu Scano, ha presentato questo suo contributo nella serata “Oltre l’8 marzo! Da Grazia Deledda a Michela Murgia…”  organizzata al Coordinamento Donne Italiane a Francoforte, il Circolo Sardo Maria Carta di Francoforte e ANPI Francoforte nel 2024.

Ilaria Muggianu Scano è giornalista UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana), Muggianu Scano si è diplomata in Studi Filosofici presso la Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Redattrice presso pubblicazioni che si occupano della salvaguardia della cultura tradizionle è anche autrice. Fra i suoi scritti: Grazia Deledda e Amelia Melis De Villa. Due protagoniste del romanzo cattolico italiano (2014).


Grazia Deledda, prima e unica donna italiana Premio Nobel per la Letteratura

di Ilaria Muggianu Scano

Grazia Deledda, l’amica

È di sororità profonda il rapporto che Grazia intesse con Sibilla Aleramo. Nata Rina Faccio, la giovane viene abusata all’età di quindici anni da un dipendente della vetreria del padre. Sibilla rimane incinta. La famiglia opta per il matrimonio riparatore. Nel 1906 in Una donna Aleramo racconta la difficoltà, la vergogna per una donna separata di vivere una condizione stigmatizzata dalla società intera e costretta a vivere lontana dal suo bambino, in stato di quasi totale miseria. Grazia, sensibile a tanto dolore, decide di aiutarla, in totale anonimato, donandole una grossa somma di denaro.

Grazia e Sibilla si conobbero e si incontravano a casa di Giovanni Cena, caporedattore di Nuova Antologia, il periodico che pubblicava a puntate i romanzi di Deledda, ed era diventato amico di famiglia di
Grazia, tanto da sceglierlo come padrino di battesimo del piccolo Franz. Un rapporto d’amore, quello tra Cena e Aleramo, durato dieci anni, ma che si ruppe a causa della passione amorosa di Sibilla per
la giovane Cordula Poletti la quale, dopo la fine della loro relazione, si unì a Eleonora Duse.

Grazia e Sibilla si trovarono unite anche dalla comune posizione sul divorzio. È il 1902, Grazia pubblica, per I tipi di Roux e Viarengo di Torino. È un momento decisivo per la battaglia sul divorzio in Italia, dove i socialisti, i liberali e la massoneria si schierano a favore con Chiesa e conservatori contrari. Proprio in quell’anno era approdato nelle aule parlamentari un disegno  di legge che prevedeva il divorzio soltanto in caso di violenze, adulterio, abbandono del tetto coniugale e condanne a più di vent’anni, ma nonostante simili restrizioni non venne approvato. In Dopo il divorzio Grazia pose il problema della coscienza individuale stretta tra sentimenti veri e accettazione di forma esteriore. Qualche anno dopo, Sibilla Aleramo avrebbe denunciato le violenze fisiche e morali subite e la brutale soggezione cui le donne erano costrette da un codice di famiglia che si basava ancora sull’autorità maritale.

L’odio incontrollabile di Pirandello

«La cronaca crede di poter capire che c’era una certa gelosia di  mestiere, ed in ogni caso l’incapacità congenita dello scrittore siciliano ad apprezzare il mondo di colei che non poteva e non voleva essere una antagonista», sono le parole di Remo Branca – giornalista ed editore sassarese, fine conoscitore della letteratura italiana – che rivelano l’universo di disistima del drammaturgo girgentino nei
confronti di Deledda, che lo precedette di quasi dieci anni nella conquista del Nobel. L’ostilità di Pirandello iniziò a trapelare durante i salotti letterari di Giovanni Cena. Sono i primi anni del ‘900 e
Grazia Deledda con i romanzi La via del male (1896) ed Elias Portolu (1900) ha già ottenuto l’attenzione continuativa della stampa internazionale, ufficialmente non è più il fenomeno di un
momento in quanto donna.

Chi si ostina a disapprovare la gloria crescente della barbaricina è Luigi Pirandello. Fu il giornalista francese Maurice Muret a riportare il surreale atteggiamento del siciliano sulla prestigiosa testata Journal des Debats, il 21 agosto 1936. All’appuntamento conviviale da Giovanni Cena è presente anche Palmiro Madesani, marito della scrittrice, che abbandona il proprio impiego al Ministero del Lavoro, per inventare la figura di “agente letterario”. Madesani, infatti,
diviene curatore degli impegni di Grazia, curandone interessi, rapporti e contratti, studia l’inglese, il tedesco, il francese e lo spagnolo per tener dietro alle richieste di riviste ed editori stranieri che si facevano via via più numerose, in tutta Europa fino agli Stati Uniti e l’America latina. La squisita cordialità di Madesani è ben nota negli ambienti intellettuali e mondani e gode di un certo rispetto
presso il Consiglio dei Ministri e in generale in ambiente politico. Durante la serata da Cena, Madesani allieta i presenti con bottiglie di vino pregiato, ma l’armonia sfuma inesorabilmente quando
Pirandello, concedendosi licenze confidenziali inspiegabili ai più, insiste a canzonarlo per tutto il tempo con il nomignolo di “Grazio Deleddo”. Qualche mese dopo viene pubblicato un romanzo di
Pirandello dal titolo Suo marito (1911) che Branca, con buona parte della critica letteraria italiana, recensirà come: «Un mediocrissimo romanzo in cui Pirandello sfoga il suo livore sulla scrittrice
sarda». Le cronache coeve trovarono nella distanza antropologica tra un siciliano e una sarda l’interpretazione più adeguata a giustificare le costanti intemerate del drammaturgo. Il siciliano così
difese la sua opera satirica: «La scrittura femminile è divenuta un mezzo modaiolo che non può avere lungo prestigio, è un fenomeno sotto culturale».
Si provi dunque a immaginare quali considerazioni
potesse suscitare in Pirandello la scelta di un uomo, Madesani, che arriva a “sottomettersi” agli interessi della moglie fino a lasciare un impiego prestigioso, da qui la stesura del romanzo in cui umiliava il marito di Deledda e che venne rifiutato da ogni casa editrice, tanto che venne infine pubblicato in autoproduzione. In realtà quello di Palmiro fu un automatismo d’amore: abbandonare il proprio lavoro per amministrare gli interessi editoriali della moglie in continua ascesa si rendeva necessario per proteggerla dalla selva di conti e contratti capestro con quelle stesse case editrici che negli stessi anni avevano portato Emilio Salgari al suicidio.
La critica francese – presso la quale l’autrice era poco meno che idolatrata, anche per via delle affinità tematiche con i grandi romanzieri russi – osservava da vicino la curiosa competizione spiegando che «Forse le isole di Sicilia e Sardegna non erano fatte per incontrarsi negli ideali della letteratura».

Prima donna candidata al Parlamento.
L’antifascismo di Grazia Deledda

Paolo Mieli, nella prefazione del pregevole saggio di Elisabetta Rasy Tre passioni. Ritratti di donne nell’Italia Unita, scrive di Grazia Deledda: «Con i primi soldi che ricevette compra qualche vestito “moderno” e smette di usare il tradizionale costume nero. È questa, insieme al conseguimento della laurea, la sua “rivoluzione”. Ma la politica resta per lei resta sullo sfondo. Anzi è pressoché inesistente».
Preme precisare che il Nobel non andò mai oltre la quarta elementare, che implorò di frequentare per due volte, nonostante l’eccellente profitto, perché all’epoca alle bambine non era
consentito accedere ai gradi successivi d’istruzione ma soprattutto che, fatto salvo il viscerale amore di Grazia Deledda per la moda, Mieli sbaglia nella semplicistica considerazione sulla politica
deleddiana. Vedremo più avanti le ripercussioni sulla candidatura al Parlamento, ma ora soffermiamoci sul grado di agnosticismo politico, ripetutamente attribuito alla sarda, nel corso del tempo.

I critici vagamente più precisi parlano laconicamente di un tiepido “afascismo” deleddiano, nessuno si spinge a esplicitare di un pieno e convinto antifascismo da parte dell’autrice, che in prima persona patì l’ostilità del duce. Sandra Petrignani, nel saggio La Scrittrice abita qui, osserva: «La Deledda non era amata da Mussolini, che appoggiava Ada Negri. Il Fascismo si appropriò della scrittrice sarda solo dopo il Nobel, con una retorica che non giovò alla sua comprensione».
Ada Negri, negli anni che precedono il Nobel di Grazia, è già nota come intellettuale organico del regime fascista. Il duce la sceglie come unica donna membro della Reale Accademia d’Italia. Le viene consegnato il Premio Mussolini, considerato dai più una consolazione per il mancato Nobel.

Grazia Deledda. Fonte: commons wikimedia

Qualche perplessità desta anche il ritardo d’attribuzione del Premio svedese a Deledda (1926), di cui si vociferava da diversi anni, ma anche che non venne assegnato ad alcun letterato. La delusione cocente non impedisce a Mussolini di profondersi in solenni congratulazioni alla scrittrice, all’indomani della vittoria del
massimo riconoscimento mondiale della cultura. Viene chiesto alla nuorese di porgere un saluto alle autorità fasciste durante il ritiro dell’onorificenza, ma nel brevissimo ringraziamento pronunciato alla
consegna del Premio Grazia, impavidamente, omaggerà il re di Svezia e il re d’Italia, ma nessun cenno al duce. L’inflessibile donna di Barbagia non poté, tuttavia, esimersi dal rispondere alla convocazione personale del Capo del Governo. L’invito alla speciale udienza venne accompagnato da un cesto di fiori che, come riportano le cronache dell’epoca, venne poi impiegato, con sprezzo,
dall’autrice per la raccolta stagionale delle patate dell’orto di casa. L’incontro nel cosiddetto salone del Mappamondo si svolse tra i convenevoli del cerimoniale: in primis lo scambio delle fotografie e,
mentre Mussolini porse alla scrittrice uno scatto con dedica, preziosamente confezionato in una cornice d’argento, Grazia reagirà con una considerazione tipica del suo temperamento privo di freni
inibitori: «Una cornice d’argento! Tanto paghiamo noi. Io invece gliel’ho data com’era, senza cornice». Per porre fine ufficialmente al breve incontro, entrò un fiduciario del duce in alta uniforme,
che accompagnando la nuorese all’uscita la esortò perentoriamente: «Ora lei scriverà qualcosa per il Regime». La reazione di Deledda fu immediata e rischiosamente impulsiva: «Senta, l’arte non fa
politica!». Ormai ce n’è abbastanza perché le incrinature diventino fratture insanabili. Remo Branca, biografo ufficiale della scrittrice, commenterà le conseguenze dell’episodio: «Dal partito discese un
bando per le opere della Deledda e i maggiori librai ricevettero il consiglio di non esporre in vetrina i suoi libri, e ciò per non dare ulteriore rilievo alla scrittrice che non si era allineata. L’editore Treves di Torino rivelò a Grazia dell’ordine impartitogli e ciò per giustificare come le percentuali delle pubblicazioni si fossero ridotte in misura preoccupante».

È legittimo, tuttavia, pensare che Benito Mussolini dovesse nutrire una sincera ammirazione per l’ardimentosa barbaricina se il 14 marzo 1945 scrive all’amante Claretta Petacci: «…Ti mando un
bellissimo romanzo della Deledda», dal cui giudizio traspare una certa conoscenza dell’autrice.
Benché il pensiero del dittatore fosse di categorico disprezzo circa il genio femminile – «La donna ha indiscutibilmente minore intelligenza dell’uomo. Credo, ad esempio, che la donna non abbia grandi capacità di sintesi e che quindi sia negata alle grandi creazioni intellettuali e spirituali» – questo non impedì che al momento dell’introduzione di un testo unico, che allineasse il pensiero di ogni allievo in età scolare ai dettami del Ministero dell’Istruzione Fascista, il duce in persona facesse convocare Grazia Deledda. È il 1929 e Grazia si rifiuta. Sarà il figlio della scrittrice a difendere gli interessi e l’incolumità dell’impavide madre. Un rifiuto può costare caro a tutta la famiglia. Sarà dunque lui a fare il  ghost writer, a curare l’edizione del libro di testo per il primo grado dell’istruzione obbligatoria. Questa collaborazione con il governo le costerà l’infamante epiteto di “Maestrina del Fascio”. Grazia non sciuperà il privilegio del suo ascendente sul Presidente del Consiglio e con sfrontatezza chiede che venga liberata una sua conoscenza notoriamente antifascista, Elia Sanna, arrestato, mandato al confino e torturato dal regime. Mussolini non può sottrarsi poiché all’indomani del Nobel promette alla scrittrice la propria disponibilità ad ottemperare a qualsiasi richiesta; così «Il Duce personalmente e immediatamente accordò la liberazione», riporterà Remo Branca. Grazia morirà dopo meno di dieci anni. Per un ironico lancio di dadi del destino, morirà il 15 agosto: il ferragosto appena istituzionalizzato come festa nazionale dal regime.

Le suggestioni deleddiane nel cinema di Monicelli

Mario Monicelli moriva quindici anni fa; togliendosi la vita ha deciso di lasciarci orfani di quella schiettezza intellettuale che ne ha fatto uno dei maggiori registi del panorama internazionale. Ficcante
e verace, quando lo si interpellava nei salotti buoni amava prendersi gioco di blasoni o titoli accademici: «La mia laurea? All’epoca bastava presentarsi vestiti da militari, e non occorreva né tesi né altro. Così è stata la mia laurea. Non so nemmeno se è valida».
La Sardegna deleddiana sarà protagonista assoluta di un momento capitale della carriera del regista. Egli portò sui grandi schermi l’adattamento cinematografico del romanzo La Madre di Grazia Deledda. L’opera, uscita a puntate nel 1919 sul quotidiano Il Tempo, venne data alle stampe nel 1920, riscuotendo successo di pubblico e critica. Monicelli porterà La Madre al cinema nel 1954 con il titolo Proibito.
Il regista sarà l’artefice di un’ importante svolta del cinema nostrano, che dal Neorealismo di De Sica e Rossellini, impegnati a ricostruire la realtà dell’Italia post bellica, passa alla narrazione scevra da
intenti documentaristici. Monicelli dimostrerà di conoscere profondamente il corpus deleddiano, già a partire dalle inserzioni esterne all’opera, ispirate a romanzi, novelle e opere minori
dell’intellettuale sarda. Proibito sarà la seconda commedia solista di Monicelli, successiva alla conclusione del sodalizio con Steno. La produzione americana richiede suggestioni western che vadano a movimentare l’ottimo intreccio psicologico delineato dall’opera deleddiana, per questo Monicelli decide di introdurre l’elemento, in parte spettacolarizzato, della faida e un banditismo feroce che invece è assente nel testo. Si concede allora l’elemento romantico del duello vis à vis tra i banditi, non aderente alla realtà o alle descrizioni di Deledda, che piuttosto riportava le subdole
fucilate dietro i muretti a secco ricavati dalla destrutturazione dei nuraghi.

Nei soli anni ’50 in Sardegna sono state girate 96 opere cinematografiche, tra film, documentari e cortometraggi. Da sempre la faida barbaricina seduce i narratori di ogni tempo e la cinepresa di
Monicelli non ne è immune. I temi da cui si disse simpaticamente «attratto senza scampo» nel romanzo La Madre furono i paesaggi, il banditismo, l’impossibilità per una terra remota come l’isola di Ichnusa di comunicare con il governo centrale, e la storia tra il giovane prete Paulo e la parrocchiana Agnese.
Il cast internazionale calamitò l’attenzione del vasto pubblico, confermò il talento antidivistico di Amedeo Nazzari, fece emergere l’esordiente Lea Massari e certamente consacrò cinematograficamente il fascino duro e selvaggio dei paesaggi sardi. L’opera venne girata in buona parte a Tissi, vicino a Sassari, poiché la chiesetta ubicata in cima alla collina riproduceva fedelmente
le atmosfere deleddiane. Alcune scene del film riaccesero la vexata quaestio: il cinema è subordinato alla letteratura? Monicelli si trova a fare i conti con una censura castrante, si tratta dell’amore tra un
prete e una giovane donna, un amore consumato in un legame tutt’altro che romanticamente platonico. Il regista decide di porre in secondo piano la storia scabrosa e rendendo protagonista
assoluta la suggestione paesaggistica di una Sardegna violenta, cruda e ricca di ogni golosa tentazione cinematografica.

L’adulterio di Grazia Deledda: il silenzio e l’orgoglio

Chi è mai riuscito a dare delicata veridicità ai tormenti amorosi vissuti dal Premio Nobel e sfuggiti persino al tratteggio autobiografico del suo Cosima? L’autrice, per rispetto di protagonisti e comprimari ancora in vita, protesse dalle pagine dell’autobiografia, uscita postuma, ogni riferimento a fatti o persone coinvolte nella sua passione adulterina. Grazia non fu donna da poter essere perimetrata tra le pareti anguste del solo amore matrimoniale. Intensa, lunga e ricca di stima reciproca fu la vita coniugale con Palmiro Madesani, ma non priva di problemi sommersi. «Conosce le
debolezze del suo compagno di vita. Sa bene che a Palmiro piacciono le belle donne, ma sa metterlo in guardia con un consiglio pratico: le relazioni “devono essere eleganti e di breve durata”», risulta dall’intesa epistolare tra i coniugi Madesani Deledda. Grazia è la prima ad attenersi a quella che appare, tutto sommato, la regola di un buon equilibrio coniugale.
Di breve durata sarà, infatti, la sua relazione clandestina con Emilio Cecchi, considerato una delle figure di maggior rilievo della critica letteraria coeva e conosciuto da Deledda nel 1912. Lei quarant’anni, lui ventotto. Emilio, padre della prima regista italiana, Suso Cecchi D’Amico, è fresco sposo di Leonetta Pieraccini, quando rimane affascinato dalla determinazione dell’intellettuale sarda. Fondamentale il ruolo della figlia di Cecchi (più tardi cosceneggiatrice di Monicelli in Proibito, tratto dal romanzo La Madre, di Grazia Deledda), nella ricostruzione della liason adulterina tra il padre e la scrittrice, entrambi affermati all’epoca dei fatti. Uno scandalo nello scandalo sarebbe stato se la notizia fosse trapelata nell’ambiente delle comuni frequentazioni, in considerazione anche della vistosa differenza d’età. Nel riaprire i diari di Leonetta Cecchi Pieraccini si respira lo strazio e l’umiliazione, soprattutto in seguito all’episodio che fa vacillare il recente matrimonio, già profondamente minato dal rapporto folgorante tra Cecchi e
l’autrice più nota d’inizio secolo. Sebbene innamoratissima, Leonetta era insofferente a quell’«uomo che finì col soffocarla con il suo peso intellettuale» come sospirerà sua figlia.
In una torrida serata di fine estate (21 agosto 1912), la Pieraccini annota tra le pagine della sua agendina il turbamento che investe Cecchi nel ricevere una raccomandata. Esorta la moglie di non
fare alcuna domanda sulla missiva. Leonetta scoprirà più tardi, senza troppo sforzo, che si tratta di una lettera di Grazia Deledda. Dopo circa una settimana, i coniugi Cecchi rientrano da una vacanza
romana, ma il viaggio di Emilio si interrompe prima del previsto. Cecchi scende in Versilia e fa proseguire la moglie completamente sola. A Viareggio lo aspetta Grazia. È uno degli incontri della
relazione durata sei mesi. Fu il critico letterario a porre fine al gioco che rischiava di distruggere due intere famiglie. Fu duro con colei che di lì a poco si sarebbe affacciata al successo internazionale con
Canne al vento. Rimase un rapporto di profonda stima raggelato dalla glaciale distanza che Cecchi pretese, chiedendo perentoriamente la restituzione delle lettere alla scrittrice. Si rivelò molto duro «a costo del suo odio e del suo disprezzo», come inflessibilmente dichiara nella lettera con la quale abbandona la barbaricina. È il gennaio 1913.

Come per un sarcastico gioco del destino l’uscita di Grazia dalla vita dei Cecchi avviene su un affollato tram romano. Leonetta Pieraccini scolpirà nella memoria dei suoi diari, questo incontro, in una miscellanea di sollievo, curiosità e livore di donna vittoriosa ma ferita: «Verso l’una rientravo a casa. Ero in tram in via Nomentana. Una piccola signora, vestita di velluto nero mi si è seduta di fronte. Mi ha guardato e ha palesemente trasalito. Siamo rimaste per un lungo tratto così, sedute l’una di fronte all’altra, lei a occhi bassi, io guardando fuori dal finestrino. Nell’alzarmi di fronte a casa, mi
è caduto un involto. La signora ha fatto l’atto di raccoglierlo; il fattorino si è precipitato a fare altrettanto. Ma io sono stata più pronta di tutti e due. Ho tirato su il pacco e sono scesa. La piccola
signora, imbarazzata della mia presenza, era Grazia Deledda».

Non jana*, non strega, ma regina del Mediterraneo. Il welfare di Grazia Deledda è un erotismo funzionale agli obiettivi professionali

Chi legge Grazia Deledda ha l’obbligo di confessare il misfatto al proprio parroco. Questo è l’imperativo morale in tutta la Sardegna. Come viveva una simile condizione una ragazza così giovane di profonda formazione cattolica, con uno zio sacerdote, un altro canonico di prestigio. Grazia guarda oltre: le spine si faranno sfilare, pensa. «Il sogno confuso della fanciulla era già illuminato da un desiderio, oltre che di purezza, di cose grandi, al di sopra delle difficoltà quotidiane: e le sembrava davvero, riprendendo a salire il sentiero tra le felci e le chine già morbide di capelvenere e di
sottilissime erbe di montagna, all’ombra dei grandi elci patriarcali, di evadere dal suo piccolo paese e ritrovarsi tra i giganti che vivono alti, quasi fino al cielo, compagni dei venti, del sole e degli astri»: questo sentimento di pienezza e di esaltazione, che è già nitido nella giovanissima Cosima – Grazia, ha un prezzo e uno stile ben delineati nei pensieri dell’ambiziosa adolescente, quello di ordire primariamente una fitta trama di rapporti con le persone giuste e in modo adeguato.
Ma in che modo?
Nella Nuoro di fine Ottocento, in un periodo storico in cui le Poste ormai funzionano con continuità, si sviluppa enormemente lo scambio epistolare. A scrivere sono anche molte donne, di svariati ceti sociali, in una pratica che diventa quasi quotidiana. I numerosi epistolari rimastici sono importanti anche per la storia delle donne, che si dimostrano spesso più autonome di quanto si potesse pensare, e sono documenti che si offrono utilmente anche allo studio linguistico, oltre che antropologico e psicologico. La fitta rete di carteggi di carattere sentimentale, che costellano buona parte della carriera di Grazia Deledda, appaiono senza dubbio, piuttosto arditi per le categorie sociali dell’epoca, ma del tutto imprescindibili e funzionali ai piani di gloria della scrittrice. Tanti sono i sofismi che, nel tempo, dovrà formulare affinché le sue azioni appaiano socialmente lecite, o quanto meno plausibili. «Tra la meraviglia delle sue colleghe letterate, in un articolo per la rivista “Natura e arte” di Angelo De Gubernatis, Grazia Deledda aveva spiegato che in Sardegna non suscitava scandalo che i fidanzati avessero rapporti sessuali e addirittura convivessero senza essere sposati», scriverà l’editrice coeva Maria Manca. È evidente una continua ricerca di legittimazione sotto il profilo morale al proprio agire pratico e al contenuto dei testi squisitamente letterari.
Sono gli anni in cui in Sardegna si muove l’altrettanto ingiustamente dimenticata figura dell’esploratrice americana Ellen Rose Gilles,
antropologa eclettica di Philadelphia, dal numero incalcolabile di lauree e di dollari, vittima di un crudele femminicidio, raro allora in terra sarda, dove a voler essere uccisa fu la sua voglia di libertà
e autodeterminazione, origine di un cold case rapidamente archiviato come suicidio e dolosamente coperto dall’oblio. Ancora gli studi non ci permettono di capire se queste due donne straordinariamente simili nel modus operandi e nella passione vitale per la propria arte, si siano mai incontrate, certamente lo hanno fatto nella comune vocazione alla libertà.

Il radicamento oggettuale del sovrapporsi dei rapporti epistolari del tutto identici ma con uomini diversi, si badi bene, non è espressione di una bulimia affettiva. La matrice complessa di questa danza di rapporti umani, questa costruzione meticolosa di relazioni improntate alla promessa di un erotismo proibito non scaturiscono, riduttivamente, dalla dimensione psicologica dell’autrice. Non si tratta appena di un conflitto mimetico, fortemente indirizzato a un desiderio di modernità o a un banale sentimento di etnocentrismo.

Scriverà al duca e giornalista Stanis Manca, uno dei suoi “bersagli” anfitrionici d’elezione: «È vero, abbiamo anche noi i nostri orribili difetti, fra i quali non ultimo quello di scrivere lettere come la presente a uomini che non conosciamo, il che è un orrore per le altre donne, ma…chi ci condannerà? Siamo tutti figli di una stessa madre, l’Arte, e tra i fratelli i complimenti sono più orrendi ancora della franchezza».
Ciò che anima Grazia è la necessità di un progresso sociale non limitatamente privato, ma che ne segna inevitabilmente il paradigma personale. Il forte universo simbolico di Deledda è costituito dall’insieme dei significati che attribuiscono un senso alla cultura,
alla società, alla religione, a ogni dimensione umana che possano soddisfare la sia necessità di affrancarsi dal processo vittimario del popolo sardo, ma che anche, al contrario, siano diretti alla magnificazione delle qualità personali e di demos, che possano portare all’obiettivo primario: avere una voce, come performer culturale e come portavoce di un popolo. Il desiderio più grande è che le due dimensioni del suo operato coincidano. È questo sentimento che le farà giurare, a soli quindici anni, con una lettera vergata all’indirizzo di Treves, uno dei più noti editori italiani: «Avrò tra poco vent’anni, a trent’anni devo aver raggiunto il mio sogno radioso, qual è quello di creare da me sola una letteratura completamente ed esclusivamente sarda. Sono giovane e ho tanti sogni: anzi ho un sogno solo, grande, ed è illustrare un paese sconosciuto che amo immensamente, la mia Sardegna».

Per Grazia “sogno” è il nome poetico di progetto. La sua vita di fanciulla è la sommatoria di tasselli progettuali. Adotta, vita natural durante, una politica razionale e pratica; non è una sognatrice
sentimentale, ha piuttosto dei programmi ben definiti, in cui l’amore e l’erotismo sono frutto di volontà funzionali al raggiungimento degli obiettivi professionali. Espressione del suo animo, faticosamente responsabile, è l’iper lavoro epistolare dell’anno 1892, un anno significativo in seno alla circolarità del nostro ragionamento, perché è l’anno in cui muore il padre Giovanni Antonio. Non è da ritenersi un caso il fatto che da questo momento – in cui alla ventenne barbaricina viene a mancare una delle più importanti figure di riferimento, dal punto di vista sia affettivo che materiale – la rete di
relazioni epistolari con uomini di potere, a vario titolo, diviene progressivamente assai affollata e questa dinamica, in vero, ha niente a che vedere con l’ingranaggio psicanalitico del transfert paterno, quanto invece con la costruzione di un’architettura psicologica, in cui la sopravvivenza e ambizione si avvicendano con perizia funambolica.
È infatti nell’anno 1892 che Deledda, con fiuto infallibile, individua Angelo De Gubernatis come pigmalione privilegiato, in virtù delle numerose aderenze e amicizie nel mondo editoriale e politico. Il conte fu una figura di primo piano nel mondo culturale romano, ma non solo. Era etnologo, orientalista, linguista, storico della letteratura ed ideatore dell’insegnamento di Tradizioni popolari, nonché docente di Letteratura italiana all’ università La
Sapienza. Una volta riuscita, con grande fatica, a sposarsi, nonostante l’età avanzata, Deledda, sospende repentinamente l’intenso rapporto epistolare con il prestigioso interlocutore, atteggiamento che porterà De Gubernatis ad annotare: «Cercava il marito più che non avesse l’aria; di quattro suoi creduti fidanzati mi parlò: Stanislao Manca, il volgarissimo cronista della Tribuna, il giovane poeta dialettale Giovanni De Nava, il maestro Andrea Pirodda e un avvocato di Nuoro. Ma con nessuno combinò». Le parole dell’intellettuale non sono prive di una punta polemica, manifesta di aver ben intuito l’intendimento di Grazia, cioè quello di mettere a sistema conoscenze e relazioni per reificare un obiettivo più grande che non verte semplicemente alla soddisfazione di una qualche forma di narcisismo.
Se comparassimo e considerassimo in ordine cronologico le lettere ai diversi destinatari, noteremmo che esse si sovrappongono perfettamente, conferendo all’ exit strategy di Deledda una
straordinaria dimensione teatrale. Le missive seguono invariabilmente lo stesso schema: tenta un approccio esageratamente erotico (per l’epoca): «Se una di queste notti, mentre tu scrivi, io ti apparissi davvero, con la mia faccia pallida e con il mio vestito nero, cosa faresti tu?» (a Stanis Manca), precisa
che il destinatario sta, comunque, parlando con una signorina di buona famiglia: «Bisogna però pensare che questo non accadrà mai» in riferimento alle fantasie esplicite. Cerca di far ingelosire
l’interlocutore descrivendo simmetriche profferte matrimoniali, nel tentativo di farlo capitolare: «Oh, devo dunque maritarmi? Devo dunque spezzare il mio cuore e dare l’addio al mio primo, al mio
ultimo, al mio strano amore?». E, finalmente, in conclusione, perviene al vero obiettivo, chiede cioè a fine lettera una qualche attenzione professionale, un endorsement editoriale, tutto questo senza
soluzione di continuità tra un interlocutore e l’altro.
Assai evocativa è la lettera indirizzata al nuorese Pietro Ganga: «Io amo e sono riamata da un giovine di alta intelligenza e di cuore squisito, che è qui ma col quale ci conosciamo da molto, ma assai cose ci dividono per ora; la vita è di chi sa afferrarla anche spezzandosi il cuore. Così, forse, per l’avvenire mio ed anche un po’ per quello di mie sorelle io sposerò il segretario d’intendenza (4.000 lire di stipendio e ricco di casa sua) e diverrò una signora alla moda, elegante e corteggiata».
In una sola lettera racconta di ben due contendenti e tutto questo a poche settimane dal matrimonio.
Liquidando con pochi tratti d’ordinanza una figura dalla biografia tanto controversa come quella di Grazia Deledda si rischia di attribuire un’etichetta ingenerosa a colei che patisce l’indefinibilità
letteraria, l’inclassificabilità, che ne ha determinato l’allontanamento dai programmi scolastici italiani, il cui approfondimento è lasciato all’iniziativa personale di pochi insegnanti di buona volontà, nove volte su dieci: donne.
Troppa critica ne ha appreso i tratti esteriori senza curarsi della vocazione biografica di conformista ribelle, se è concesso l’ossimoro. Il mantra familiare dell’impossibilità al matrimonio per via della scrittura, ripetuto come una sentenza da parte della madre e delle parenti donne, assieme alla perdita precoce della verginità, induce nell’autrice la necessità di inventare ex nihilo una porzione di desiderabilità che possa paragonarsi alla retta condotta morale di una brava ragazza. Alla verginità ormai sfumata contrappone il successo, la gloria, la popolarità i guadagni da offrire in dote a un uomo. Ma la conferma del giudizio sociale sulla donna errante che impedisce un rapporto non regolato all’interno della comunità, continua a essere inflessibile. Grazia faticherà a trovare l’atteggiamento responsivo, complementare al suo bisogno di accudimento, lo troverà in Palmiro Madesani, che riuscirà a sposare a trent’anni d’età, non pochi per un’aspirante sposa dell’epoca.
Forte il giudizio delle donne, nonostante Grazia faccia tanto anche per le sue detrattrici attraverso l’esperanto della libertà di confronto con più uomini che, per eterogenesi dei fini, determina un vero
e proprio welfare emotivo, in termini di libertà sociale e si spinge fino all’impegno politico di prima donna italiana candidata al Parlamento. Dichiarerà a Il Giornale d’Italia, il giorno prima della
consultazione elettorale del 1909:
«Ci sono tante cose per cui una donna saprebbe parlar meglio di tanti uomini. C’è tutta la legislazione del lavoro femminile e quella del lavoro dei bambini da rifare, anzi da fare. Una legislazione che dovrebbe essere politica ed educativa, e intorno alla quale mancano agli uomini troppi elementi di fatto per poter fare cosa utile. E manca loro, sopra tutto, un’altra cosa essenziale: il sentimento profondo, intimo, innato della protezione che la società deve alle giovinette, ai bambini, alle donne povere, affaticate dalla maternità. Il sentimento pietoso di queste creature deboli, le quali sono pure per la società un così importante elemento di forza futura.
Bisogna essere
madri, bisogna essere state giovinette inesperte e insidiate, come tutte più o meno lo sono, per capire non solo la sanità morale di un’educazione ma anche di una politica che provveda davvero a queste debolezze».

Per Grazia Deledda, l’impegno individualista in questa forma di proto femminismo è assolutamente legato all’idea di progresso. Si pensi al discorso svedese, al ritiro del Nobel:
«Attraverso la mia opera letteraria, il quadro della mia vita può sembrare vasto e pieno di vicende. A volte pare anche a me una leggenda, e appunto, come un’antica tradizione vorrei che oggi le mie
parole arrivassero al popolo italiano, e soprattutto alle donne».
Il grande senso civile deleddiano si declina in un’attenzione alla donna tutt’altro che propagandistica: con senso morale privo però di
ogni moralismo, giudica in modo nuovo fenomeni antichi persino con le proprie scelte di vita: nonostante, infatti, il progetto matrimoniale sia la sua assoluta priorità sociale – per imperativo comunitario e come unica condizione per lasciare l’angusto perimetro dell’isola – non si piegherà mai all’obbligata opzione del matrimonio omogamico ed endogamico parentale, diffusissimo in Sardegna.

L’attenzione nei confronti della donna e, probabilmente, l’odio che ne deriva da mittente patriarcale, è l’attenzione riservata alla narrazione insistita, una vera operazione di adbusting contro l’incesto. Non una denuncia moralistica o moraleggiante, si badi bene, ma certamente una migliore messa a fuoco del fenomeno. Subentra un nuovo livello del processo emancipativo che consegna, e non per inerzia, le donne alla modernità. Relazioni tra parenti primi contraddistinguono opere quali Canne al vento, Marianna Sirca ma soprattutto Il vecchio della montagna con il fuoco sul rapporto tra
Melkiorre e Paska, cugini. L’ambiguità di questa forma di legame è espressione dell’atteggiamento di controllo familiare in tutta l’area del Mediterraneo, nei confronti delle giovani donne. La narrazione
non sottintende alcuna denuncia sociale dell’incesto, ma lo descrive, il ché non è un dato privo di importanza.
Il matrimonio esogamico è stigmatizzato dal codice sociale per la sconveniente condizione della divisione e frammentazione dei beni familiari. Tra le pagine di Marianna Sirca si intuisce che sia unicamente la donna a lamentare il legame endogamico, mai l’uomo. Marianna sceglie un compagno economicamente sconveniente, non condiviso dal clan. Come in tantissimi altri racconti e romanzi di Deledda l’uomo non patisce il legame parentale con la compagna, tutt’altro. La donna spesso si ribella ad eccezione di Noemi Pintor che in Canne al vento è innamorata del nipote Giacinto ma che per questioni economiche si unirà in matrimonio con don Pedru.

Ogni rapporto è convertito in rapporto di sororità, per riuscire. Non il legame di generica e solidale sorellanza tra donne, ma il lavoro sulle relazioni che trasforma in intimo rapporto familiare con chi decide che farà parte della sua storia personale. Questo accade con le donne quanto con gli uomini.
Ed è l’insieme dei rapporti sororali a nutrirne la naturale vocazione alla modernità. La sororità deleddiana come veicolo di cambiamento. Anche il rapporto con sua madre, la fragile Francesca Cambosu, figura per niente accudente, sarà convertito in legame protettivo e sororale per riuscire.
Quella madre che era stata ingombrante ostacolo alla modernità, madre anaffettiva, che al contrario del padre con il quale Grazia aveva un rapporto idilliaco, era stata poco attenta al mondo che andava lentamente ma inesorabilmente cambiando e, nonostante fosse la loro una famiglia assolutamente benestante, si ostinava a obbligare le figlie ad una scelta vestimentaria che urlava ristrettezza di mentalità. Proprio mentre la cultura si stava evolvendo verso un sapere critico e artefice di mentalità. Proprio mentre la cultura si stava evolvendo verso un sapere critico e artefice di cambiamento, tiene la figlia sospesa per anni tra utopia e retrotopia, senza che Grazia trovi mai il cuore di ribellarsi, nella paura di mancare di rispetto all’amata genitrice. «Mia madre è ignorante, è
vestita in costume» confiderà a Stanis Manca. L’idealtipo della sofisticata ed emancipata donna urbana, moderna cui ambisce cui ambisce Deledda deve scontrarsi con il preciso perimetro
disciplinare di Francesca Cambosu, priva di volontà in ogni ambito esistenziale, ma assertiva nella trasmissione di una coscienza vestimentaria, che travalicava la semplice necessità di coprire il corpo.

La cultura vestimentaria femminile della Sardegna rivestiva un significativo ruolo comunicativo, tanto da trasmettere a colpo d’occhio tante informazioni sulla donna che indossava l’abito
tradizionale. Con uno sguardo si poteva accedere a indiscrezioni quali l’età, la provenienza, lo status sociale e persino la professione del marito di chi lo indossava. Nel linguaggio non verbale della moda
vestiaria era possibile scorgere l’intera organizzazione strutturale della società e questo permetteva un immediato riconoscimento del ruolo della donna all’interno della comunità.
Quando è avvenuto il passaggio dall’abbigliamento tradizionale a quello moderno, per la donna? Il discorso è assai articolato e più complesso di un avvicendarsi di mode e costumi. La vera rivoluzione concerne per lo più le classi popolari, perché la moda dei ranghi superiori ebbe una contaminazione costante nel tempo e l’abito femminile si teneva al passo con le mode peninsulari. Certo è che il diffuso sentimento identitarista si affievolì nel momento in cui tante fanciulle, dai piccoli centri rurali, si trasferirono nelle città più popolose, in cerca di lavoro, e dovranno adeguarsi alle mode urbane, non tanto per civetteria quanto per integrarsi con il tessuto cittadino. Inizia così la transizione della consuetudine
vestimentaria, tra ansia di modernità e rispetto della tradizione. L’abbandono dell’abito tradizionale non fu una scelta compiuta in silenziosa solitudine, ma una presa di posizione densa di significato,
sia per quante decisero di abbandonare il cosiddetto costume sardo sia per quante hanno scelto di non smetterlo e con garbata festosità ancora colorano le strade dei paesi sardi. L’imponente percorso di
ricerca del sociologo Luigi Lorenzetti Donne e lavoro evidenzia che nei centri dell’entroterra sardo il lavoro extra domestico fosse inteso dalle donne come umiliante, indicava una condizione di necessità che gli uomini non erano stati in grado di onorare. «L’aspirazione delle donne non era quella di lavorare fuori casa, ma al più di farlo per la propria casa-azienda. Era soprattutto questa condizione a essere ritenuta un privilegio dalle donne, ed a questa esse miravano». Non è del tutto esatto, dunque, estendere il cambiamento della moda all’idea di un capriccio della vanità, fu piuttosto una svolta antropologica che comportò psicologicamente un passaggio alla modernità che fu tutt’altro che un automatismo. Un automatismo che certo non poteva investire le priorità di Francesca Cambosu. Grazia intuisce l’importanza della diversità, la ricchezza della differenza, capisce che il carisma è talvolta una condanna o quanto meno un carico pesante. Grazia non è legata al denaro, lavorerà infatti anche in autoproduzione; non soffre per il proprio aspetto fisico, neanche quando uno dei suoi più grandi amori le rinfaccia le sue «sembianze nanoidi», è invece assolutamente sensibile, curiosamente, al rischio di essere giudicata in base alle esperienze di vita e di vita artistica, di essere, insomma,
giudicata avulsa da ogni forma di modernità.

*Le janas sono le fate delle ancestrali leggende sarde

Perchè la legge n.40 lede la libertà dei cittadini e specificatamente delle donne

A proposito della legge n.40 del 19.2.2004 sulla procreazione assistita.

Non mi occupo qui delle questioni concernenti la salute delle donne, che questa legge nella sua regolamentazione deliberatamente mette a rischio. Mi limito ad esaminare le conseguenze giuridiche e sociali che derivano dall’introduzione dei diritti del concepito nell’art.1 e dalla definizione degli aventi diritto all’accesso alla Procreazione Medicalmente Assistita.

(a) art.1, § 1 – La legge “assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.

Il Codice Civile italiano non considera il concepito soggetto giuridico (Titolo 1 Delle persone fisiche, Art.1 “la capacità giuridica si acquista al momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”). Anche nel caso che ci sia una gravidanza in atto e si debba dividere un’eredità, la legge prescrive che si aspetti la nascita del bambino, il quale solo attraverso la nascita diventa soggetto giuridico.

Con il concepito come soggetto di diritto si ritorna al concetto settecentesco di “cittadino non nato”, contrapposto alla madre. Gli stati nazionali si servirono di questo concetto per due scopi:

  • a) tutelare il frutto del ventre materno, considerato bene appartenente allo Stato, futuro cittadino e soldato, se maschio, riproduttore di cittadini, se femmina.
  • b) legittimare un sistema di controllo del corpo femminile tramite garanti- maschi- delle gravidanze illegittime e della nascente “polizia medica”, che nel Lombardo-Veneto introdusse il direttore generale degli affari medici Johann Peter Frank (1745-1821). In questo ambito per esempio si prevedevano sanzioni per i mariti che picchiassero le mogli gravide, chiaramente a tutela del feto, senza con ciò scalfire il diritto di correzione degli uomini sposati nei confronti di mogli e figli.

Se si deve tutelare il diritto alla vita dell’embrione le conseguenze sono

  • a) la messa in discussione della legge 194 per quanto riguarda l’interruzione di gravidanza
  • b) la possibilità per legge di sanzionare i comportamenti della donna che possono danneggiare l’embrione, come uso di droga, fumo, alcool e quant’altro.

È ben vero che questa legge non si segnala per coerenza, anzi prevede di essere elusa di fatto (v. l’obbligo di riconoscimento del padre sociale in caso di “inseminazione eterologa” che la legge proibisce).

Ma quale sarebbe il panorama, se essa venisse applicata integralmente?

Si raggiungerebbe il massimo controllo del corpo femminile, cosa che evidentemente vagheggia la maggioranza di uomini, che ha votato la legge n. 40 al contrario delle poche donne votanti (ricordiamo che persino l’on. Prestigiacomo, ministra per le pari opportunità e membro della maggioranza si è dichiarata pubblicamente contraria).

Infatti la donna, una volta che sia avvenuta la fecondazione in provetta, non può più rifiutare l’impianto degli embrioni in utero.

(art.6, § 3). Sarebbe interessante sapere come si farà ad obbligarla, nel caso non sia consenziente, e come reagirà l’operatore sanitario, dato che un intervento obbligatorio, oltre che anticostituzionale, è in contrasto con la deontologia medica.

(b) art.5: “Possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”.

Con questa disposizione si impone alla popolazione italiana un modello di famiglia e di genitorialità che discende dall’etica cristiano-cattolica, non rispettando la separazione tra Stato e Chiesa sancita dalla Costituzione e discriminando di fatto i cittadini non credenti o di altra religione, già discriminati dall’art.1 (per esempio la religione ebraica non considera il periodo prenatale come vita, ma solo come potenzialità della stessa). Possibili altre forme di relazioni a cui la societá si è aperta vengono escluse dall’accesso alla PMA, intervenendo quindi in scelte di vita, che appartengono alla sfera personale. In sostanza si decidono per i cittadini i modelli 

genitoriali da seguire, rendendo tra l’altro obbligatoria la coincidenza tra genitorialità biologica e sociale (art.4, § 3). “È vietato il ricorso a tecniche di PMA di tipo eterologo”).

Il perno della maternità e paternità viene così spostato dall’allevamento e dall’educazione dei figli al puro dato biologico. Osservo incidentalmente che questa disposizione non sembra ispirata dal cristianesimo, che anzi ha da sempre valorizzato la paternità e maternitá spirituale.

Poichè l’art.4 limita l’accesso alla PMA solo alle coppie sterili, esclude tutte quelle coppie portatrici di malattie ereditarie − pensiamo al gran numero di affetti da talassemia soprattutto nelle isole italiane −, che da una fecondazione in provetta ed impianto in utero degli embrioni sani potrebbero realizzare il desiderio di procreazione.

Riassumendo: questa legge, che si esprime in termini neutri, come se la quasi totalità delle tecniche di PMA non avvenisse, come avviene, nel corpo femminile, compromette pesantemente la libertà e l’autodecisionalità della donna, crea le necessarie premesse per rivedere la legge 194, impone un modello di famiglia cristiano-cattolico a tutti i cittadini, limitandone le scelte di vita. Lo spirito di questa legge è anacronistico e oscurantista, non tiene conto dell’avvenuta evoluzione del paese reale e tratta i cittadini come sudditi incapaci di assumersi responsabilità etiche secondo la propria coscienza.

Il nuovo Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

Il Coordinamento Donne di Francoforte esprime preoccupazione rispetto alle recenti elezioni del CGIE

In seguito alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero – CGIE, il Coordinamento Donne di Francoforte esprime grave preoccupazione per la quasi assenza di donne nei nuovi consigli.
Sul totale dei 65 membri eletti solo sette sono donne e il CGIE tedesco, che vantava la presenza di ben tre donne su cinque consiglieri, è adesso composto di soli uomini.

In questi 50 anni di emigrazione italiana in Germania, sono state soprattutto le donne a portare avanti il difficile processo d’integrazione nella società tedesca. Non solo l’andamento ed inserimento scolastico dei figli, la costituzione di una rete di rapporti sociali in loco, la gestione dei servizi, il dialogo con le istituzioni, ma anche la riflessione politica e scientifica rispetto al processo di integrazione sono ambiti nei quali le donne italiane hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo centrale, non paragonabile all’operato maschile. Tutto ciò a fronte di una comunità a maggioranza maschile (le donne sono il 41% degli italiani in Germania ) , che continua a vedere il lavoro femminile come supporto all’economia familiare e quindi a non investire più che tanto nella formazione scolastica e professionale delle ragazze, che invece meriterebbero di essere sostenute per le loro migliori prestazioni. A noi sembra che l’ottica dell’assistenzialismo e del sostegno alla famiglia, che ha contraddistinto finora l’azione delle istituzioni italiane che si sono occupate dell’emigrazione, debba essere spostata sulla qualificazione degli italiani all ‘estero per il raggiungimento di una loro autonomia e crescita culturale e civile. Di questo ci siamo occupate soprattutto noi donne, anche per la nostra maggiore presenza nella formazione come insegnanti e come utenti-madri.

Un consiglio composto di soli uomini non è adatto ad esprimere la realtà della comunità italiana in Germania.
Ancora meno pensiamo di poter essere rappresentate nelle esigenze, attività e proponimenti specificamente legati alla realtà delle donne italiane. Considerando infatti il rapporto tra donne e uomini nell’ambito del CGIE mondiale, prevediamo sia impossibile rilanciare la proposta di una commissione parità all’interno del CGIE e ancora più difficile portare avanti la proposta di legge – che attualmente giace- per la costituzione di un Osservatorio delle Donne italiane all’estero.

Come Coordinamento Donne avvieremo un dibattito rispetto alle cause che hanno portato ai risultati di queste elezioni, in cui non si è evidentemente capito- neanche le donne l’hanno capito – che le donne sono necessarie non per la rappresentanza numerica, ma per i nuovi contenuti che esse portano e che sono testimoniati dal loro inserimento negli organismi politici locali, dove occupano spazi spesso più degli uomini (a Francoforte due donne su tre consiglieri comunali italiani). Avere questi spazi anche negli organismi politici italiani diventa a questo punto uno degli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere attraverso le attività del nostro Coordinamento.

Per il Coordinamento Donne di Francoforte

Liana Novelli (Presidente), Paola Fabbri (Vice-presidente)

Quelle che le leggi

Le donne italiane nella legislazione e giurisdizione dal Risorgimento ad oggi

Prima dell’Unità – Napoleone e il Codice Austriaco

• Codice Austriaco nel Lombardo Veneto, Codice Napoleone
negli altri principali codici preunitari. Il codice Napoleone
nel diritto di famiglia disegna un principio strettamente
gerarchico tra moglie e marito che è molto meno presente
nel codice austriaco.
• Napoleone seguì personalmente la commissione che
preparò il Codice con particolare riguardo a posizione della
donna, adozione e divorzio.
• La femme est notre propriété, nous ne sommes pas la
sienne; car elle nous donne des enfants, et l’homme ne lui
en donne pas. Elle est donc sa propriété comme l’arbre à
fruit est celle du jardinier.
Cité par Las Cases dans le Mémorial de Sainte-Hélène.

All’Unità d’Italia – Capacità giuridica e diritto di voto

• Petizione delle donne del Lombardo Veneto nel 1861 per conservare ed estendere alla altre regnicole il diritto di voto nei comuni in cui erano proprietarie di beni, e la facoltà di amministrare i proprii beni. Non accolte (all’Unità percentuale dei votanti sulla popolazione 2% circa)
• Codice Pisanelli 1865 – sostanzialmente basato sul Codice Napoleone – acceso dibattito sull’autorizzazione maritale e sua accettazione in ragione dell’ unità familiare.

leggi …

PREMIO SPECIALE PER L’INTEGRAZIONE DELL’ASSIA AL COORDINAMENTO DONNE ITALIANE DI FRANCOFORTE

FRANCOFORTE\ nflash\ – Il premio speciale per l’integrazione dell’Assia, in Germania, è stato assegnato al Coordinamento Donne italiane di Francoforte. La premiazione è avvenuta questa mattina nello splendido castello barocco di Biebrich, a Wiesbaden, per mano della ministra degli Affari Sociali dell’Assia, Silke Lautenschläger. Con questo riconoscimento il governo dell’Assia ha voluto manifestare l’apprezzamento per il lavoro svolto dall’associazione italiana in occasione dell’anniversario per i cinquant’anni di emigrazione in Germania, con una particolare attenzione per la realtà delle donne. Ma il premio guarda anche al futuro. Nell’encomio infatti è stato elogiato in modo speciale il progetto ancora in via di realizzazione “Genitori informati”. Si tratta di una serie di incontri per neogenitori, che partiranno a metà novembre, finalizzati ad informare e accompagnare i giovani genitori italiani nei primi anni di crescita dei loro bambini in un Paese straniero quale la Germania. (nflash)

26/10/2007, ore 15:42.

notiziario Flash per le radio e le tv italiane all’estero
Direttore Responsabile Giuseooe Della Noce
Editrice SOGEDI s.r.l. – Reg. Trib. Roma n°41/98