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La piramide demografica italiana e il ruolo delle donne nella Costituzione. Una proposta di modifica dell’ art. 37

Dal Coordinamento donne italiane a Francoforte una proposta di modifica dell’art. 37 della Costituzione, che definisce “essenziale” il ruolo familiare della donna. Un modo per relegarla ancora nel privato, mentre è sempre più necessaria una loro massiccia
fuoriuscita nello spazio pubblico. Per il bene delle donne, e dell’Italia.
di Liana Novelli 

leggi: “La piramide demografica italiana e art. 37 – micromega-online”, in formato Pdf

LA DONNA NELLA LEGISLAZIONE ITALIANA

1° febbraio 1945, Decreto Legislativo N. 23
Estensione alle donne del diritto di voto.

1946 – 48       Assemblea Costituente (21 donne elette)

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”.
“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione

2003 – Riforma della Costituzione Art. 51
“La Repubblica promuove, con appositi provvedimenti, le Pari Opportunità tra donne e uomini”

Maternità…”

1950               Legge sui congedi di maternità

1971               Legge sull’introduzione degli asili nido

Lavoro

1958               Legge a tutela del lavoro a domicilio

1963               Divieto di  licenziamento delle lavoratrici per causa di matrimonio

1963               Ammissione della donna ai pubblici uffici e alla professione

1977               Legge per la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro

Diritti

1958               Abolizione della regolamentazione della prostituzione

 1970              Legge sul divorzio

1974             Referendum che conferma la legge sul divorzio

1975               Nuovo diritto di famiglia

Attua il principio costituzionale dell’eguaglianza dei coniugi. È la più importante legge che modifica i rapporti all’interno della famiglia. Da un lato registra trasformazioni che erano già presenti nella società italiana, dall’altro pone fine a norme antiche e particolarmente “odiose” per la donne e per i minori. Viene abolito il concetto di “capofamiglia” unico capo indiscutibile nella famiglia, e si riconoscono i diritti, anche economici per entrambi i coniugi.

1981               Abrogazione della rilevanza penale della causa d’onore

1996               Nuova legge sui reati di violenza sessuale

Controllo della fertilità

1971              Abolizione delle leggi contro la sanità della stirpe

1975               Istituzione dei consultori familiari

1978               Legge sull’interruzione della gravidanza (legge 194)

1980               Referendum che conferma la legge 194

2004             “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”

pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 45 del 24 febbraio 2004 

Parità1983   Istituzione del Ministero per le Pari Opportunità

Quelle che le leggi

Le donne italiane nella legislazione e giurisdizione dal Risorgimento ad oggi

Prima dell’Unità –  Il Codice Napoleone e il Codice Austriaco

• Codice Austriaco nel Lombardo Veneto, Codice Napoleone negli altri principali codici preunitari. Il codice Napoleone nel diritto di famiglia disegna un principio strettamente gerarchico tra moglie e marito che è molto meno presente nel codice austriaco. 

• Napoleone seguì personalmente la commissione che preparò il Codice con particolare riguardo a posizione della donna, adozione e divorzio.

• La femme est notre propriété, nous ne sommes pas la sienne; car elle nous donne des enfants, et l’homme ne lui en donne pas. Elle est donc sa propriété comme l’arbre à fruit est celle du jardinier.
     Cité par Las Cases dans le Mémorial de Sainte-Hélène

leggi: “Quelle che le leggi. Le donne italiane nella legislazione e giurisdizione dal Risorgimento ad oggi” (formato Pdf)

Il voto alle donne italiane

Nell’ottobre del 1944 l’U.D.I.(Unione Donne Italiane) scrive al Comitato di Liberazione Nazionale per chiedere che questo appoggi la richiesta di diritto di voto delle donne presso il governo provvisorio. “ Le donne italiane – scrive il comitato d’iniziativa dell’UDI – ritengono di aver acquistato il diritto di partecipare pienamente alla vita pubblica del paese attraverso le dure sofferenze sopportate durante le guerre scatenate dal fascismo e soprattutto attraverso la coraggiosa collaborazione alla lotta di Liberazione che il popolo italiano ha combattuto contro l’oppressore tedesco e fascista. Mentre quattro anni di lunghissima guerra hanno eguagliato nei sacrifici e nei rischi le donne italiane agli stessi combattenti nei fronti, la lotta contro i nazifascisti ha dimostrato la piena e consapevole solidarietà femminile con tutti i militanti del fronte interno e delle bande partigiane, e quindi la raggiunta capacità di attiva collaborazione anche nell’opera di ricostruzione” 1.

Nel febbraio seguente le donne ottennero il diritto di voto attivo e passivo, che avevano chiesto già alla fine dell’ottocento, quasi ultime a riceverlo in Europa e mentre l’Italia settentrionale era ancora governata dall’occupante tedesco e dalla Repubblica di Salò. Il governo provvisorio emanò un decreto in proposito – non fu una legge e non seguì nessun dibattito sul ruolo della donna nello Stato a venire, come ci si sarebbe potuto aspettare. Il diritto di voto venne concesso alle donne come una specie di compensazione per le fatiche ed i dolori sofferti durante la guerra. Solamente alcuni giornali commentarono l’avvenimento – un titolo tra gli altri fu: ”Adesso comanderanno le donne?”, domanda che rivela l’antico timore che donne, che non ubbidiscono, vogliano comandare.

Il modo, con cui alle donne fu concesso il diritto di voto, e l’argomentazione usata per chiederlo – ma perchè dovevano dimostrare di esserselo meritato? forse che gli uomini l’avevano a suo tempo dimostrato? senza considerare che chiedere un diritto è già di per sè il segno di essere capaci ad esercitarlo – segna l’entrata in sordina delle donne italiane nell’arena politica. Benchè poche a far parte della Costituente, è a loro che si deve l’articolo della costituzione che sancisce la parità tra i sessi ed il loro peso nelle elezioni, come votanti, è sempre stato rilevante. Certamente determinante per la vittoria della DC nelle prime elezioni del 1948, il voto attivo delle donne ha contribuito a plasmare il volto della prima Repubblica e a segnarne la fine.

Basterebbe spiegare il progressivo calo di voti della DC con il minore consenso femminile, come ebbe a dire Paola Gaiotti De Biase nell’86 (Trasmissione Rai “Repubblica sostantivo maschile”), non riconoscendosi più le nuove generazioni nel ruolo di angelo del focolare di tradizione cattolica. Le donne hanno sempre massicciamente votato, dunque, ma si sono fatte eleggere poco. Erano il 7,7 % in parlamento nel 1948, stessa percentuale ancora nell’85, oggi ci sono 71 deputate su 616 deputati.

Al di là della loro scarsa presenza in parlamento, le donne hanno però agito attraverso vari canali di opinione, che sarebbe lungo elencare, fino alla massiccia pressione del secondo movimento femminista degli anni settanta- non dimentichiamo che c’era stato un femminismo attivo, poi soffocato dal fascismo, che era presente già dall’unità d’Italia. Sono state abolite ad una ad una le leggi del Codice Rocco riguardanti le donne, anche grazie a cause per incostituzionalità – intentate da donne, che dovevano avere il consenso del marito per lavorare, per la scelta delle amicizie e corrispondenze e così via. Si era contato su di loro per abolire la legge sul divorzio ed il primo referendum popolare ha rivelato, confermando la legge, il paese reale ed al suo interno una donna al passo con i valori della libertà di scelta ed il rifiuto della costrizione. Nel ’75 è stato varato il nuovo diritto di famiglia e, se abbiano una legge che regolamenta l’interruzione di gravidanza, lo dobbiamo ad una iniziativa popolare femminile, successivamente confermata dal referendum. Dietro all’abolizione degli articoli del codice dell’onore negli anni ’80 e delle leggi sulla violenza sessuale del Codice Rocco, abolite nel ’96, che, si ricordi, erano sotto il titolo “reati contro la morale” e non contro la persona, c’è stato un dibattito, non solo in parlamento, che ha coinvolto donne impegnate nei movimenti femministi, nelle professioni, nella stampa in tutto il paese.

Però oggi quasi nessuno si ricorda che sessant’anni fa ci è stato dato il diritto di voto e a me questo sembra significativo. Sarebbe una buona occasione per fare il punto sulla partecipazione politica delle donne e questo non prenderne atto è sintomatico di un diffuso disagio tra le donne, oltre che di una sovrana noncuranza del governo italiano per questa ricorrenza (non credo nemmeno che sia voluta, se ne saranno dimenticati o è una lacuna nella conoscenza storica, che tra le numerose altre non fa meraviglia). Diciamocelo: negli ultimi anni stiamo cercando di difendere quello che ci pareva di aver conquistato di libertà, autodeterminazione e ventaglio di scelte a disposizione, di passi avanti non si osa nemmeno parlare. La legge sulla fecondazione assistita, che può venir applicata fisicamente solo sulle donne, è stata varata da una maggioranza maschile. Se anche, grazie ai 4 milioni di firme raccolte, in maggioranza femminili, si riuscirà a migliorarla, questo non cambia la situazione della nostra generale impotenza sul piano legislativo. Per questo è necessario che anche le donne abbiano un posto nella stanza dei bottoni, dato che non è pensabile che una maggioranza maschile si occupi dei problemi del privato, che è sempre stato tanto comodo scaricare sulle spalle delle donne. In Germania ci si é nel frattempo accorti che la denatalità è probabilmente collegata con il mancato intervento pubblico a favore delle famiglie (dire “donne” è ancora troppo rivoluzionario, la decisione di non avere figli, che chissà perchè non hanno il 40% delle laureate tedesche, viene sempre attribuita alla coppia). La – maggiore – denatalità in Italia non sembra preoccupare eccessivamente il paese, anche se abbiamo la più alta percentuale di anziani in Europa. Per far entrare i temi della gestione del privato in Parlamento, dovremmo esserci: invece lì ci siamo in numero tale da non pesare. Dove siamo? Siamo nelle amministrazioni comunali, nei progetti per le pari opportunità, che comprendono piani per migliorare i servizi e gli orari della città, per una gestione e pianificazione dei tempi pubblici e privati, che li renda compatibili, per esperienze di gender auditing e di bilanci di genere, che rivelino quanto si spende per le donne e per una loro effettiva libertà di scelta progettuale di vita familiare e professionale. Siamo nei gruppi dei girotondi, anzi li abbiamo inventati noi. Siamo insomma dappertutto dove c’è da fare un lavoro quotidiano e spesso anonimo.

Dato che questo non basta, cerchiamo di sviluppare nuove strategie.
Per questo abbiamo organizzato l’incontro del 19 febbraio a Francoforte. Vogliamo riflettere, partendo dalla data dell’estensione del voto ( attivo, quello passivo arrivò, significativamente, dopo), sulla nostra partecipazione politica dal 1945 ad oggi, in Italia, negli organismi previsti per gli emigrati italiani, nei parlamenti comunali della Repubblica Federale. Speriamo che fare un punto della situazione ci serva, sia per raccogliere nuovi spunti di azione, sia per allargare la rete di donne e renderla più
efficiente, dandole la visibilità che merita.

Liana Novelli Glaab, Coordinamento Donne Italiane di Francoforte

I problemi veri

Lettera aperta dalla Germania ai quotidiani italiani

Molti italiani residenti all’estero come noi si chiedono se nel loro paese di provenienza ci sia una almeno vaga coscienza dei problemi reali a cui vanno incontro. Passando da un’emergenza all’altra, come succede in Italia ,il rischio è di non vedere il futuro anche vicinissimo: ci sembrano invece urgenti alcune considerazioni , visto che il destino dell’Italia continua a starci a cuore, anche se non ci abitiamo più.

Noi viviamo in Germania, dove della situazione demografica si tiene debito conto, se ne fa oggetto di dibattito, sono state avviate e si avviano misure per affrontarla adeguatamente.

La situazione demografica in Italia è in tendenza analoga a quella tedesca, ma sensibilmente peggiore: abbiamo la più alta percentuale di anziani d’Europa, il più basso tasso di natalità insieme alla Spagna, una scarsissima presenza femminile nel mercato del lavoro (dopo di noi viene solo Malta), ma non ci preoccupiamo affatto di chi pagherà i contributi ai pensionati in presenza di una piramide demografica sostanzialmente rovesciata. E non si tratta solo delle pensioni. L’aspettativa di vita continua ad aumentare e per esempio il governo tedesco calcola che da un milione di casi di demenza senile attuali tra dieci anni si passerà a quattro milioni .Ovviamente non saranno solo queste persone ad abbisognare di assistenza ventiquattro ore su ventiquattro. A i giovani che incominciano a lavorare si raccomanda un’assicurazione sull’assistenza, di cui possono aver bisogno dopo la pensione (“Plegeversicherung”).

Le misure, che i demografi raccomandano, sono:

  • più donne nel mercato del lavoro
  • più lavoratori stranieri
  • innalzamento dell’età pensionistica.

Inevitabili:

  • aumento dei contributi e
  • consistenti tagli alle pensioni.

Che cosa fa il governo della Germania Federale ?

Per conciliare professione e famiglia e favorire un aumento delle nascite sono state introdotte leggi che aumentano i congedi retribuiti di maternità e paternità, con misure che incoraggino i padri ad usufruirne, pena la cancellazione del congedo. (Qui non si parla di crescita della popolazione, ma dei 2,1 figli a donna che permetterebbero di mantenerla costante).

Da stranieri addetti ai lavori verifichiamo l’ orientamento verso una politica dell’accoglienza nei confronti degli immigrati, che si concretizza in programmi di integrazione sempre più specifici, all’interno dei quali gli stranieri stessi vengono richiesti nella funzione di esperti e mediatori culturali.

II governo italiano non attua nessuna misura che favorisca l’ingresso di donne ed immigrati nel mercato del lavoro: accetta supinamente che le giovani donne passino da un precariato all’altro e quindi non possano neanche pensare a mettere su famiglia e alimenta la paura nei confronti degli immigrati , gonfiando problemi di insicurezza, quando ben sa che il numero dei reati è diminuito al pari degli ingressi di immigrati in Italia. Non legalizza gli stranieri, che hanno un lavoro e che non aspettano altro, ma li tiene in un costante stato di illegalità funzionale ad ogni genere di sfruttamento nei loro confronti, e si guarda bene dal far sapere che gli immigrati in Italia hanno una scolarità mediamente più alta degli italiani (e la maggior parte di loro è bilingue o plurilingue).

Ne segue che gli italiani dovranno pagare più contributi, più spese mediche e di assistenza, l’età pensionabile sarà alzata e le pensioni tagliate. A questo andranno incontro tutti i lavoratori, i loro figli e nipoti- se ne avranno ancora- Osserviamo che la probabilità per ogni cittadino di essere aggrediti da rumeni o altri in confronto è irrisoria.

Non sarebbe ora di dare spazio ai demografi ?

Non è il caso di relegare la cronaca nera e rosa alle pagine interne, come fa qualsiasi giornale tedesco serio,dato che essa riguarda solo i diretti interessati e di mettere in prima pagina le proiezioni demografiche che incidono sul futuro di tutta la popolazione ?

Liana Novelli Glaab per il Coordinamento Donne Italiane di Francoforte e.V.

Documento sulla situazione delle donne italiane in Germania

All’interno del panorama dell’emigrazione italiana in Germania – che non é comunque confortante – la situazione delle donne si segnala come ulteriormente svantaggiata per una serie di motivi : le donne rappresentano +il 41% dell’emigrazione italiana, dato che all’inizio erano venuti precipuamente uomini soli. Questo scarto e l’essere arrivate in tempi successivi spiega la scarsa presenza femminile nelle associazioni e nelle rappresentanze degli emigrati italiani, il che comporta un peso pressoché nullo all’interno di esse. Specifici problemi di genere non trovano quindi eco adeguata, posto anche che gli uomini non sembra abbiano interesse a promuovere mutamenti di ruolo all’interno delle famiglie emigrate. Queste si muovono su modelli validi nella comunitá di origine di 30-40 anni fa e non finalizzano l’educazione delle figlie al conseguimento di una qualsivoglia indipendenza, perseguendo invece per esse il vecchio ruolo elastico di supporto finanziario alla famiglia , nel caso che questo si renda necessario od opportuno.

Conseguentemente, nonostante il maggiore successo scolastico delle ragazze, esse vengono indirizzate dalla famiglia a curricula scolastici poco prestigiosi e non si investe piú che tanto – o proprio nulla – nella loro qualificazione professionale. Cosí succede che per es. in Assia solo il 27 % delle italiane risulti ufficialmente occupato, mentre molto presumibilmente un buon numero di loro lavora in nero presso aziende autonome (gastronomia, gelaterie), i cui titolari sono uomini, o fa pulizie per privati.

Il poco che si investe nella qualificazione professionale delle ragazze si limita a mestieri „femminili“, quali parrucchiera, commessa, segretaria, assistente di studio medico, corrispondente di lingue estere (per le piú brave) – mestieri per cui il mercato é ormai saturo.

A ció si aggiunge il carico privato delle donne con figli, che in Germania é particolarmente pesante: i posti asilo sono insufficienti , le scuole a tempo pieno non esistono se non in numero limitatissimo, gli scolari possono essere rimandati a casa in qualsiasi momento, se l’insegnante manca. Di questi problemi si fa carico esclusivamente la donna, che trova molti ostacoli per sviluppare strategie di affidamento per i figli, le quali invece sono necessarie a tutte le donne che vogliano lavorare fuori di casa.

Qui si fa sentire pesantemente la mancanza di una comunitá italiana funzionante, che si é formata unicamente in zone intorno a fabbriche con alta presenza di operai italiani, come a Wolfsburg (Volkswagen) o a Rüsselsheim ( Opel). In una cittá come Francoforte sul Meno, dove abitano circa 16.500 italiani, le famiglie vivono isolate, frequentano pochi amici e parenti e significativamente i figli si sposano tra italiani per la piú parte.

Si rende quindi sempre piú evidente l’esigenza di una rete tra emigrate, che condividono la stessa lingua nonché consimili problemi, ma che conducono esistenze isolate, sia perché confinate nella casa o nella piccola azienda famigliare, sia perché la mancanza di un quartiere italiano le isola anche linguisticamente. Se questa rete esistesse, sarebbe piú facile creare i presupposti anche per una comunicazione in lingua tedesca e quindi per una effettiva integrazione nel tessuto locale. È un dato di fatto che l‘integrazione di una comunitá in un paese straniero passa attraverso le donne, che sono i migliori agenti di socializzazione; ma per fare ció, esse devono usufruire di un minimo di precondizioni, che nella RFT, proprio perché l’emigrazione italiana é relativamente recente, mancano o sono carenti.

Un passo avanti in questo senso si profila nella costituzione di coordinamenti femminili e di reti di donne „addette ai lavori“ in emigrazione, le quali per lo piú non si conoscono nemmeno fra di loro e quindi non sono in condizione di unire le proprie energie per avviare progetti in favore delle donne.

Premessa questa sommaria analisi della situazione e nell’ottica che essa ci ha indicato proponiamo:

  • l’avvio di una rete di coordinamento di tutte le donne che lavorano nel campo dell’emigrazione italiana in Germania, affinché l’assistenza sociale e medica, la consulenza legale e le misure di promozione scolastica, professionale e culturale a favore delle emigrate italiane raggiunga il massimo dell’efficienza possibile e si eviti l’attuale dispersione di inutili e dispendiosi doppioni di iniziative che non sono a conoscenza l’una dell’altra.
  • un progetto che, utilizzando le conoscenze professionali e le reti relazionali delle italiane presenti nelle universitá tedesche, inizi a costituire una banca-dati sulla componente migratoria italiana, disaggregata per sesso e fascie di etá, allo scopo di individuarne le necessitá ed il grado della loro urgenza. La raccolta di questi dati, oltre a fornire una panoramica generale dell’emigrazione italiana nella BRD, dovrebbe servirci a formare una piattaforma per la costituzione di progetti a favore delle donne ed a indicarci le prioritá da seguire. In questo senso abbiamo giá preso contatto con donne che lavorano nelle universitá di Francoforte, Dresda e Berlino, e che comunque giá da tempo svolgono la loro ricerca nell’ambito degli studi su stranieri residenti nella BRD, le quali hanno dichiarato la loro disponibilitá e interesse per questo progetto.

Perchè la legge n.40 lede la libertà dei cittadini e specificatamente delle donne

A proposito della legge n.40 del 19.2.2004 sulla procreazione assistita.

Non mi occupo qui delle questioni concernenti la salute delle donne, che questa legge nella sua regolamentazione deliberatamente mette a rischio. Mi limito ad esaminare le conseguenze giuridiche e sociali che derivano dall’introduzione dei diritti del concepito nell’art.1 e dalla definizione degli aventi diritto all’accesso alla Procreazione Medicalmente Assistita.

(a) art.1, § 1 – La legge “assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”.

Il Codice Civile italiano non considera il concepito soggetto giuridico (Titolo 1 Delle persone fisiche, Art.1 “la capacità giuridica si acquista al momento della nascita. I diritti che la legge riconosce a favore del concepito sono subordinati all’evento della nascita”). Anche nel caso che ci sia una gravidanza in atto e si debba dividere un’eredità, la legge prescrive che si aspetti la nascita del bambino, il quale solo attraverso la nascita diventa soggetto giuridico.

Con il concepito come soggetto di diritto si ritorna al concetto settecentesco di “cittadino non nato”, contrapposto alla madre. Gli stati nazionali si servirono di questo concetto per due scopi:

  • a) tutelare il frutto del ventre materno, considerato bene appartenente allo Stato, futuro cittadino e soldato, se maschio, riproduttore di cittadini, se femmina.
  • b) legittimare un sistema di controllo del corpo femminile tramite garanti- maschi- delle gravidanze illegittime e della nascente “polizia medica”, che nel Lombardo-Veneto introdusse il direttore generale degli affari medici Johann Peter Frank (1745-1821). In questo ambito per esempio si prevedevano sanzioni per i mariti che picchiassero le mogli gravide, chiaramente a tutela del feto, senza con ciò scalfire il diritto di correzione degli uomini sposati nei confronti di mogli e figli.

Se si deve tutelare il diritto alla vita dell’embrione le conseguenze sono

  • a) la messa in discussione della legge 194 per quanto riguarda l’interruzione di gravidanza
  • b) la possibilità per legge di sanzionare i comportamenti della donna che possono danneggiare l’embrione, come uso di droga, fumo, alcool e quant’altro.

È ben vero che questa legge non si segnala per coerenza, anzi prevede di essere elusa di fatto (v. l’obbligo di riconoscimento del padre sociale in caso di “inseminazione eterologa” che la legge proibisce).

Ma quale sarebbe il panorama, se essa venisse applicata integralmente?

Si raggiungerebbe il massimo controllo del corpo femminile, cosa che evidentemente vagheggia la maggioranza di uomini, che ha votato la legge n. 40 al contrario delle poche donne votanti (ricordiamo che persino l’on. Prestigiacomo, ministra per le pari opportunità e membro della maggioranza si è dichiarata pubblicamente contraria).

Infatti la donna, una volta che sia avvenuta la fecondazione in provetta, non può più rifiutare l’impianto degli embrioni in utero.

(art.6, § 3). Sarebbe interessante sapere come si farà ad obbligarla, nel caso non sia consenziente, e come reagirà l’operatore sanitario, dato che un intervento obbligatorio, oltre che anticostituzionale, è in contrasto con la deontologia medica.

(b) art.5: “Possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi”.

Con questa disposizione si impone alla popolazione italiana un modello di famiglia e di genitorialità che discende dall’etica cristiano-cattolica, non rispettando la separazione tra Stato e Chiesa sancita dalla Costituzione e discriminando di fatto i cittadini non credenti o di altra religione, già discriminati dall’art.1 (per esempio la religione ebraica non considera il periodo prenatale come vita, ma solo come potenzialità della stessa). Possibili altre forme di relazioni a cui la societá si è aperta vengono escluse dall’accesso alla PMA, intervenendo quindi in scelte di vita, che appartengono alla sfera personale. In sostanza si decidono per i cittadini i modelli 

genitoriali da seguire, rendendo tra l’altro obbligatoria la coincidenza tra genitorialità biologica e sociale (art.4, § 3). “È vietato il ricorso a tecniche di PMA di tipo eterologo”).

Il perno della maternità e paternità viene così spostato dall’allevamento e dall’educazione dei figli al puro dato biologico. Osservo incidentalmente che questa disposizione non sembra ispirata dal cristianesimo, che anzi ha da sempre valorizzato la paternità e maternitá spirituale.

Poichè l’art.4 limita l’accesso alla PMA solo alle coppie sterili, esclude tutte quelle coppie portatrici di malattie ereditarie − pensiamo al gran numero di affetti da talassemia soprattutto nelle isole italiane −, che da una fecondazione in provetta ed impianto in utero degli embrioni sani potrebbero realizzare il desiderio di procreazione.

Riassumendo: questa legge, che si esprime in termini neutri, come se la quasi totalità delle tecniche di PMA non avvenisse, come avviene, nel corpo femminile, compromette pesantemente la libertà e l’autodecisionalità della donna, crea le necessarie premesse per rivedere la legge 194, impone un modello di famiglia cristiano-cattolico a tutti i cittadini, limitandone le scelte di vita. Lo spirito di questa legge è anacronistico e oscurantista, non tiene conto dell’avvenuta evoluzione del paese reale e tratta i cittadini come sudditi incapaci di assumersi responsabilità etiche secondo la propria coscienza.

Risoluzione

Nell’incontro di sabato 19 febbraio in occasione del sessantesimo anniversario dell’estensione del diritto di voto alle donne italiane, promosso ed organizzato dal Coordinamento Donne Italiane di Francoforte e. V. con il patrocinio del Consolato Generale di Francoforte, e che ha visto un animato dibattito sulla partecipazione delle donne italiane alla vita politica sia in Italia sia nella repubblica Federale, è stata votata la seguente risoluzione:

Le donne italiane in Germania, collegate ai coordinamenti locali presenti all’incontro, aspettano da anni un segnale positivo da parte italiana sulla promozione di azioni per le pari opportunità anche all’estero, sulla base delle indicazioni emerse dalle numerose conferenze (Stoccarda, Roma, Lecce, Berlino), tenutesi a seguito della Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo.
Le dichiarazioni d’interesse e d’impegno per il miglioramento della situazione delle donne italiane in Germania, espresse sia da parte dell’Italia che dell’Ambasciata italiana a Berlino, non si sono fino ad oggi concretizzate in progetti reali.
Constatata la mancanza di prospettive e strategie di fronte alle vecchie e nuove problematiche delle donne italiane in Germania, rilevati la minaccia di esclusione sociale ed economica che grava su molte di esse e lo scarso grado di accesso all’informazione che hanno la maggior parte delle donne qui residenti, sia come cittadine europee che come elettrici italiane, riteniamo sia necessario che l’obiettivo delle pari opportunità per le Italiane all’estero trovi un suo spazio all’interno dell’agenda d’impegni di tutte le istituzioni che ci rappresentano.

Pertanto chiediamo all’Ambasciata d’Italia in Germania di impegnarsi a:

  • procedere al più presto ad una mappatura delle donne italiane presenti sul territorio federale, impegnate nei Coordinamenti locali, nei Com.It.Es, nelle associazioni, nelle Consulte degli Stranieri, nei consigli comunali tedeschi, nelle istituzioni addette all’assistenza ed alla promozione scolastica, culturale e professionale degli italiani in Germania, nell’imprenditoria, nella stampa, nei sindacati, in modo da favorire l’allargamento della rete femminile, che già opera per favorire iniziative a vantaggio delle donne italiane in Germania in vista della realizzazione delle Pari Opportunità previste dallo Stato Italiano
  • istituire una Tavola Permanente delle Donne presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino, riprendendo la proposta già presentata dal C.D. di Francoforte nel 1999 che andrebbe rielaborata sulla base delle esigenze e degli obiettivi attuali.
  • aprire un capitolo di spesa per l’avvio di progetti a favore delle Pari Opportunità per le italiane residenti in Germania, comprendente anche le spese di gestione della Tavola Permanente delle Donne

A breve termine chiediamo:

  • un incontro all’Ambasciata delle donne delegate dalle organizzazioni firmatarie di questa risoluzione, per discutere sulle modalità ed i tempi delle azioni di cui sopra
  • iI finanziamento di un incontro a livello federale, patrocinato dal Consolato Generale di Francoforte ed organizzato dal Coordinamento Donne di Francoforte, a cui siano invitate esperte dall’Italia per informarci sulle misure attuate da comuni italiani per la realizzazione delle pari opportunità (pensiamo alle esperienze di gender auditing e bilanci di genere di comuni italiani come Genova, Siena, Modena, Torino e Venezia). Questo incontro è auspicabile anche in vista di possibili progetti europei, per la cui richiesta il Frauenausschuss della città di Francoforte ha segnalato il suo interesse.
  • Confidiamo che le nostre richieste, già avanzate a più riprese a partire dalla prima conferenza delle donne italiane all’estero del 1998 a Roma, incontrino un positivo interesse da parte di codesta Ambasciata.

Il nuovo Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

Il Coordinamento Donne di Francoforte esprime preoccupazione rispetto alle recenti elezioni del CGIE

In seguito alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero – CGIE, il Coordinamento Donne di Francoforte esprime grave preoccupazione per la quasi assenza di donne nei nuovi consigli.
Sul totale dei 65 membri eletti solo sette sono donne e il CGIE tedesco, che vantava la presenza di ben tre donne su cinque consiglieri, è adesso composto di soli uomini.

In questi 50 anni di emigrazione italiana in Germania, sono state soprattutto le donne a portare avanti il difficile processo d’integrazione nella società tedesca. Non solo l’andamento ed inserimento scolastico dei figli, la costituzione di una rete di rapporti sociali in loco, la gestione dei servizi, il dialogo con le istituzioni, ma anche la riflessione politica e scientifica rispetto al processo di integrazione sono ambiti nei quali le donne italiane hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo centrale, non paragonabile all’operato maschile. Tutto ciò a fronte di una comunità a maggioranza maschile (le donne sono il 41% degli italiani in Germania ) , che continua a vedere il lavoro femminile come supporto all’economia familiare e quindi a non investire più che tanto nella formazione scolastica e professionale delle ragazze, che invece meriterebbero di essere sostenute per le loro migliori prestazioni. A noi sembra che l’ottica dell’assistenzialismo e del sostegno alla famiglia, che ha contraddistinto finora l’azione delle istituzioni italiane che si sono occupate dell’emigrazione, debba essere spostata sulla qualificazione degli italiani all ‘estero per il raggiungimento di una loro autonomia e crescita culturale e civile. Di questo ci siamo occupate soprattutto noi donne, anche per la nostra maggiore presenza nella formazione come insegnanti e come utenti-madri.

Un consiglio composto di soli uomini non è adatto ad esprimere la realtà della comunità italiana in Germania.
Ancora meno pensiamo di poter essere rappresentate nelle esigenze, attività e proponimenti specificamente legati alla realtà delle donne italiane. Considerando infatti il rapporto tra donne e uomini nell’ambito del CGIE mondiale, prevediamo sia impossibile rilanciare la proposta di una commissione parità all’interno del CGIE e ancora più difficile portare avanti la proposta di legge – che attualmente giace- per la costituzione di un Osservatorio delle Donne italiane all’estero.

Come Coordinamento Donne avvieremo un dibattito rispetto alle cause che hanno portato ai risultati di queste elezioni, in cui non si è evidentemente capito- neanche le donne l’hanno capito – che le donne sono necessarie non per la rappresentanza numerica, ma per i nuovi contenuti che esse portano e che sono testimoniati dal loro inserimento negli organismi politici locali, dove occupano spazi spesso più degli uomini (a Francoforte due donne su tre consiglieri comunali italiani). Avere questi spazi anche negli organismi politici italiani diventa a questo punto uno degli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere attraverso le attività del nostro Coordinamento.

Per il Coordinamento Donne di Francoforte

Liana Novelli (Presidente), Paola Fabbri (Vice-presidente)

La festa del 9 novembre: Il suo senso e la sensibilità dei nostri governanti nei confronti della storia, nostra ed altrui

In data 7 aprile 2005 è stata pubblicata da alcuni quotidiani italiani la notizia che anche la Camera, dopo il Senato nel 2003, ha approvato l’istituzione di una “Giornata della Libertà”, intesa soprattutto come festeggiamento per la fine del comunismo, la cui celebrazione non poteva trovare, a parere dei parlamentari della CDL, una data migliore del 9 novembre, giorno della caduta del muro di Berlino.

Questa data per gli stessi tedeschi è stata e resta improponibile, tanto è vero che la celebrazione della caduta del muro e della riunificazione del Paese è stata anticipata al 3 ottobre. Il 9 novembre, anniversario della “notte dei cristalli”, viene commemorato in Germania dal governo e dalla comunità ebraica come evento luttuoso per eccellenza (Ricordiamo: 119 sinagoghe incendiate,7500 negozi di ebrei saccheggiati, 91 israeliti uccisi, 26000 rinchiusi in campi di concentramento). Evidentemente i nostri governanti ignorano non solo i fatti del 1938, ma anche il più recente dibattito dopo la caduta del muro, che portò appunto a scartare questa data, legata ad uno dei più bui capitoli della storia tedesca ed europea.

L’istituzione di una “Giornata della libertà” in Italia dimostra mancanza di sensibilità nei confronti della Germania, in quanto ci si appropria, stravolgendola, di una storia altrui. Non ci risulta che l’Italia abbia mai subito un regime totalitario comunista, né sia stata mai divisa in due nazioni da un muro. Questa festa sarebbe un nuovo evento mediatico, suscettibile di operazioni di diverso segno dietro la parola “libertà” e in evidente contrapposizione al 25 aprile, sminuendo la portata della Resistenza e dei valori ai quali essa si ispirava: la liberazione dall’occupazione nazifascista deve essere controbilanciata, nelle intenzioni della Casa delle Libertà, dalla liberazione del “pericolo vero”, quello del comunismo.

Non è la prima volta che i nostri rappresentanti governativi tentano di paragonare nazionalsocialismo e comunismo in termini puramente “quantitativi”, confrontando il numero delle vittime- basta ricordare il tema storico alla maturità dello scorso anno. Anche lí sbagliano, perché i 50 milioni di morti della seconda guerra mondiale vanno sul conto della Germania nazista, che la scatenó, e dei suoi alleati e l’unicità di “Ausschwitz ” non sta nel numero, ma nell’eliminazione industriale delle vittime, dei cui cadaveri si calcolava in anticipo anche il ricavato (capelli, grasso per fare sapone, ossa per i bottoni ecc.).

Paragoni, che non considerino e segnalino scrupolosamente i diversi contesti storici, si prestano per effettuare operazioni di rimozione e di revisionismo, vanificano la riflessione sulle responsabilità ed offrono alle nuove generazioni schemi interpretativi superficiali e quasi sempre sbagliati.

Maurella Carbone, Liana Novelli Glaab
Consulta degli Stranieri di Francoforte, Coordinamento Donne Italiane di Francoforte

Si associano:

Dario Azzellini, politologo-Berlino,Marta Baiardi (Istituto per la storia della Resistenza-Firenze),Tobia Bassanelli (redazione Webgiornale) Luigi Brillante (Patronato Inca), Nadia Canella-Wiese (Patronato Inca), Elisa de Costanzo (Com.It:es.Berlino), Paola Fabbri, giornalista, Gabriella Guercilena, insegnante, Gudrun Jäger ( Università di Francoforte),Francesca Lacaita (Università di Francoforte), Guido Lagomarsino, Rosa Maria Liguori- Pace (Consiglio comunale di Francoforte), Lisa Mazzi (Università di Saarbrücken),Ivan Minguzzi, collaboratore CGIL per le relazioni europee, Mauro Montanari, giornalista, Antonio Passaro, insegnante, Edith Pichler (Humboldt-Universität), Giuseppe Pontoni, Paola Risi, insegnante, Michele Santoriello (segretario DS-Germania)