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Il voto alle donne italiane

Nell’ottobre del 1944 l’U.D.I.(Unione Donne Italiane) scrive al Comitato di Liberazione Nazionale per chiedere che questo appoggi la richiesta di diritto di voto delle donne presso il governo provvisorio. “ Le donne italiane – scrive il comitato d’iniziativa dell’UDI – ritengono di aver acquistato il diritto di partecipare pienamente alla vita pubblica del paese attraverso le dure sofferenze sopportate durante le guerre scatenate dal fascismo e soprattutto attraverso la coraggiosa collaborazione alla lotta di Liberazione che il popolo italiano ha combattuto contro l’oppressore tedesco e fascista. Mentre quattro anni di lunghissima guerra hanno eguagliato nei sacrifici e nei rischi le donne italiane agli stessi combattenti nei fronti, la lotta contro i nazifascisti ha dimostrato la piena e consapevole solidarietà femminile con tutti i militanti del fronte interno e delle bande partigiane, e quindi la raggiunta capacità di attiva collaborazione anche nell’opera di ricostruzione” 1.

Nel febbraio seguente le donne ottennero il diritto di voto attivo e passivo, che avevano chiesto già alla fine dell’ottocento, quasi ultime a riceverlo in Europa e mentre l’Italia settentrionale era ancora governata dall’occupante tedesco e dalla Repubblica di Salò. Il governo provvisorio emanò un decreto in proposito – non fu una legge e non seguì nessun dibattito sul ruolo della donna nello Stato a venire, come ci si sarebbe potuto aspettare. Il diritto di voto venne concesso alle donne come una specie di compensazione per le fatiche ed i dolori sofferti durante la guerra. Solamente alcuni giornali commentarono l’avvenimento – un titolo tra gli altri fu: ”Adesso comanderanno le donne?”, domanda che rivela l’antico timore che donne, che non ubbidiscono, vogliano comandare.

Il modo, con cui alle donne fu concesso il diritto di voto, e l’argomentazione usata per chiederlo – ma perchè dovevano dimostrare di esserselo meritato? forse che gli uomini l’avevano a suo tempo dimostrato? senza considerare che chiedere un diritto è già di per sè il segno di essere capaci ad esercitarlo – segna l’entrata in sordina delle donne italiane nell’arena politica. Benchè poche a far parte della Costituente, è a loro che si deve l’articolo della costituzione che sancisce la parità tra i sessi ed il loro peso nelle elezioni, come votanti, è sempre stato rilevante. Certamente determinante per la vittoria della DC nelle prime elezioni del 1948, il voto attivo delle donne ha contribuito a plasmare il volto della prima Repubblica e a segnarne la fine.

Basterebbe spiegare il progressivo calo di voti della DC con il minore consenso femminile, come ebbe a dire Paola Gaiotti De Biase nell’86 (Trasmissione Rai “Repubblica sostantivo maschile”), non riconoscendosi più le nuove generazioni nel ruolo di angelo del focolare di tradizione cattolica. Le donne hanno sempre massicciamente votato, dunque, ma si sono fatte eleggere poco. Erano il 7,7 % in parlamento nel 1948, stessa percentuale ancora nell’85, oggi ci sono 71 deputate su 616 deputati.

Al di là della loro scarsa presenza in parlamento, le donne hanno però agito attraverso vari canali di opinione, che sarebbe lungo elencare, fino alla massiccia pressione del secondo movimento femminista degli anni settanta- non dimentichiamo che c’era stato un femminismo attivo, poi soffocato dal fascismo, che era presente già dall’unità d’Italia. Sono state abolite ad una ad una le leggi del Codice Rocco riguardanti le donne, anche grazie a cause per incostituzionalità – intentate da donne, che dovevano avere il consenso del marito per lavorare, per la scelta delle amicizie e corrispondenze e così via. Si era contato su di loro per abolire la legge sul divorzio ed il primo referendum popolare ha rivelato, confermando la legge, il paese reale ed al suo interno una donna al passo con i valori della libertà di scelta ed il rifiuto della costrizione. Nel ’75 è stato varato il nuovo diritto di famiglia e, se abbiano una legge che regolamenta l’interruzione di gravidanza, lo dobbiamo ad una iniziativa popolare femminile, successivamente confermata dal referendum. Dietro all’abolizione degli articoli del codice dell’onore negli anni ’80 e delle leggi sulla violenza sessuale del Codice Rocco, abolite nel ’96, che, si ricordi, erano sotto il titolo “reati contro la morale” e non contro la persona, c’è stato un dibattito, non solo in parlamento, che ha coinvolto donne impegnate nei movimenti femministi, nelle professioni, nella stampa in tutto il paese.

Però oggi quasi nessuno si ricorda che sessant’anni fa ci è stato dato il diritto di voto e a me questo sembra significativo. Sarebbe una buona occasione per fare il punto sulla partecipazione politica delle donne e questo non prenderne atto è sintomatico di un diffuso disagio tra le donne, oltre che di una sovrana noncuranza del governo italiano per questa ricorrenza (non credo nemmeno che sia voluta, se ne saranno dimenticati o è una lacuna nella conoscenza storica, che tra le numerose altre non fa meraviglia). Diciamocelo: negli ultimi anni stiamo cercando di difendere quello che ci pareva di aver conquistato di libertà, autodeterminazione e ventaglio di scelte a disposizione, di passi avanti non si osa nemmeno parlare. La legge sulla fecondazione assistita, che può venir applicata fisicamente solo sulle donne, è stata varata da una maggioranza maschile. Se anche, grazie ai 4 milioni di firme raccolte, in maggioranza femminili, si riuscirà a migliorarla, questo non cambia la situazione della nostra generale impotenza sul piano legislativo. Per questo è necessario che anche le donne abbiano un posto nella stanza dei bottoni, dato che non è pensabile che una maggioranza maschile si occupi dei problemi del privato, che è sempre stato tanto comodo scaricare sulle spalle delle donne. In Germania ci si é nel frattempo accorti che la denatalità è probabilmente collegata con il mancato intervento pubblico a favore delle famiglie (dire “donne” è ancora troppo rivoluzionario, la decisione di non avere figli, che chissà perchè non hanno il 40% delle laureate tedesche, viene sempre attribuita alla coppia). La – maggiore – denatalità in Italia non sembra preoccupare eccessivamente il paese, anche se abbiamo la più alta percentuale di anziani in Europa. Per far entrare i temi della gestione del privato in Parlamento, dovremmo esserci: invece lì ci siamo in numero tale da non pesare. Dove siamo? Siamo nelle amministrazioni comunali, nei progetti per le pari opportunità, che comprendono piani per migliorare i servizi e gli orari della città, per una gestione e pianificazione dei tempi pubblici e privati, che li renda compatibili, per esperienze di gender auditing e di bilanci di genere, che rivelino quanto si spende per le donne e per una loro effettiva libertà di scelta progettuale di vita familiare e professionale. Siamo nei gruppi dei girotondi, anzi li abbiamo inventati noi. Siamo insomma dappertutto dove c’è da fare un lavoro quotidiano e spesso anonimo.

Dato che questo non basta, cerchiamo di sviluppare nuove strategie.
Per questo abbiamo organizzato l’incontro del 19 febbraio a Francoforte. Vogliamo riflettere, partendo dalla data dell’estensione del voto ( attivo, quello passivo arrivò, significativamente, dopo), sulla nostra partecipazione politica dal 1945 ad oggi, in Italia, negli organismi previsti per gli emigrati italiani, nei parlamenti comunali della Repubblica Federale. Speriamo che fare un punto della situazione ci serva, sia per raccogliere nuovi spunti di azione, sia per allargare la rete di donne e renderla più
efficiente, dandole la visibilità che merita.

Liana Novelli Glaab, Coordinamento Donne Italiane di Francoforte

I problemi veri

Lettera aperta dalla Germania ai quotidiani italiani

Molti italiani residenti all’estero come noi si chiedono se nel loro paese di provenienza ci sia una almeno vaga coscienza dei problemi reali a cui vanno incontro. Passando da un’emergenza all’altra, come succede in Italia ,il rischio è di non vedere il futuro anche vicinissimo: ci sembrano invece urgenti alcune considerazioni , visto che il destino dell’Italia continua a starci a cuore, anche se non ci abitiamo più.

Noi viviamo in Germania, dove della situazione demografica si tiene debito conto, se ne fa oggetto di dibattito, sono state avviate e si avviano misure per affrontarla adeguatamente.

La situazione demografica in Italia è in tendenza analoga a quella tedesca, ma sensibilmente peggiore: abbiamo la più alta percentuale di anziani d’Europa, il più basso tasso di natalità insieme alla Spagna, una scarsissima presenza femminile nel mercato del lavoro (dopo di noi viene solo Malta), ma non ci preoccupiamo affatto di chi pagherà i contributi ai pensionati in presenza di una piramide demografica sostanzialmente rovesciata. E non si tratta solo delle pensioni. L’aspettativa di vita continua ad aumentare e per esempio il governo tedesco calcola che da un milione di casi di demenza senile attuali tra dieci anni si passerà a quattro milioni .Ovviamente non saranno solo queste persone ad abbisognare di assistenza ventiquattro ore su ventiquattro. A i giovani che incominciano a lavorare si raccomanda un’assicurazione sull’assistenza, di cui possono aver bisogno dopo la pensione (“Plegeversicherung”).

Le misure, che i demografi raccomandano, sono:

  • più donne nel mercato del lavoro
  • più lavoratori stranieri
  • innalzamento dell’età pensionistica.

Inevitabili:

  • aumento dei contributi e
  • consistenti tagli alle pensioni.

Che cosa fa il governo della Germania Federale ?

Per conciliare professione e famiglia e favorire un aumento delle nascite sono state introdotte leggi che aumentano i congedi retribuiti di maternità e paternità, con misure che incoraggino i padri ad usufruirne, pena la cancellazione del congedo. (Qui non si parla di crescita della popolazione, ma dei 2,1 figli a donna che permetterebbero di mantenerla costante).

Da stranieri addetti ai lavori verifichiamo l’ orientamento verso una politica dell’accoglienza nei confronti degli immigrati, che si concretizza in programmi di integrazione sempre più specifici, all’interno dei quali gli stranieri stessi vengono richiesti nella funzione di esperti e mediatori culturali.

II governo italiano non attua nessuna misura che favorisca l’ingresso di donne ed immigrati nel mercato del lavoro: accetta supinamente che le giovani donne passino da un precariato all’altro e quindi non possano neanche pensare a mettere su famiglia e alimenta la paura nei confronti degli immigrati , gonfiando problemi di insicurezza, quando ben sa che il numero dei reati è diminuito al pari degli ingressi di immigrati in Italia. Non legalizza gli stranieri, che hanno un lavoro e che non aspettano altro, ma li tiene in un costante stato di illegalità funzionale ad ogni genere di sfruttamento nei loro confronti, e si guarda bene dal far sapere che gli immigrati in Italia hanno una scolarità mediamente più alta degli italiani (e la maggior parte di loro è bilingue o plurilingue).

Ne segue che gli italiani dovranno pagare più contributi, più spese mediche e di assistenza, l’età pensionabile sarà alzata e le pensioni tagliate. A questo andranno incontro tutti i lavoratori, i loro figli e nipoti- se ne avranno ancora- Osserviamo che la probabilità per ogni cittadino di essere aggrediti da rumeni o altri in confronto è irrisoria.

Non sarebbe ora di dare spazio ai demografi ?

Non è il caso di relegare la cronaca nera e rosa alle pagine interne, come fa qualsiasi giornale tedesco serio,dato che essa riguarda solo i diretti interessati e di mettere in prima pagina le proiezioni demografiche che incidono sul futuro di tutta la popolazione ?

Liana Novelli Glaab per il Coordinamento Donne Italiane di Francoforte e.V.

Documento sulla situazione delle donne italiane in Germania

All’interno del panorama dell’emigrazione italiana in Germania – che non é comunque confortante – la situazione delle donne si segnala come ulteriormente svantaggiata per una serie di motivi : le donne rappresentano +il 41% dell’emigrazione italiana, dato che all’inizio erano venuti precipuamente uomini soli. Questo scarto e l’essere arrivate in tempi successivi spiega la scarsa presenza femminile nelle associazioni e nelle rappresentanze degli emigrati italiani, il che comporta un peso pressoché nullo all’interno di esse. Specifici problemi di genere non trovano quindi eco adeguata, posto anche che gli uomini non sembra abbiano interesse a promuovere mutamenti di ruolo all’interno delle famiglie emigrate. Queste si muovono su modelli validi nella comunitá di origine di 30-40 anni fa e non finalizzano l’educazione delle figlie al conseguimento di una qualsivoglia indipendenza, perseguendo invece per esse il vecchio ruolo elastico di supporto finanziario alla famiglia , nel caso che questo si renda necessario od opportuno.

Conseguentemente, nonostante il maggiore successo scolastico delle ragazze, esse vengono indirizzate dalla famiglia a curricula scolastici poco prestigiosi e non si investe piú che tanto – o proprio nulla – nella loro qualificazione professionale. Cosí succede che per es. in Assia solo il 27 % delle italiane risulti ufficialmente occupato, mentre molto presumibilmente un buon numero di loro lavora in nero presso aziende autonome (gastronomia, gelaterie), i cui titolari sono uomini, o fa pulizie per privati.

Il poco che si investe nella qualificazione professionale delle ragazze si limita a mestieri „femminili“, quali parrucchiera, commessa, segretaria, assistente di studio medico, corrispondente di lingue estere (per le piú brave) – mestieri per cui il mercato é ormai saturo.

A ció si aggiunge il carico privato delle donne con figli, che in Germania é particolarmente pesante: i posti asilo sono insufficienti , le scuole a tempo pieno non esistono se non in numero limitatissimo, gli scolari possono essere rimandati a casa in qualsiasi momento, se l’insegnante manca. Di questi problemi si fa carico esclusivamente la donna, che trova molti ostacoli per sviluppare strategie di affidamento per i figli, le quali invece sono necessarie a tutte le donne che vogliano lavorare fuori di casa.

Qui si fa sentire pesantemente la mancanza di una comunitá italiana funzionante, che si é formata unicamente in zone intorno a fabbriche con alta presenza di operai italiani, come a Wolfsburg (Volkswagen) o a Rüsselsheim ( Opel). In una cittá come Francoforte sul Meno, dove abitano circa 16.500 italiani, le famiglie vivono isolate, frequentano pochi amici e parenti e significativamente i figli si sposano tra italiani per la piú parte.

Si rende quindi sempre piú evidente l’esigenza di una rete tra emigrate, che condividono la stessa lingua nonché consimili problemi, ma che conducono esistenze isolate, sia perché confinate nella casa o nella piccola azienda famigliare, sia perché la mancanza di un quartiere italiano le isola anche linguisticamente. Se questa rete esistesse, sarebbe piú facile creare i presupposti anche per una comunicazione in lingua tedesca e quindi per una effettiva integrazione nel tessuto locale. È un dato di fatto che l‘integrazione di una comunitá in un paese straniero passa attraverso le donne, che sono i migliori agenti di socializzazione; ma per fare ció, esse devono usufruire di un minimo di precondizioni, che nella RFT, proprio perché l’emigrazione italiana é relativamente recente, mancano o sono carenti.

Un passo avanti in questo senso si profila nella costituzione di coordinamenti femminili e di reti di donne „addette ai lavori“ in emigrazione, le quali per lo piú non si conoscono nemmeno fra di loro e quindi non sono in condizione di unire le proprie energie per avviare progetti in favore delle donne.

Premessa questa sommaria analisi della situazione e nell’ottica che essa ci ha indicato proponiamo:

  • l’avvio di una rete di coordinamento di tutte le donne che lavorano nel campo dell’emigrazione italiana in Germania, affinché l’assistenza sociale e medica, la consulenza legale e le misure di promozione scolastica, professionale e culturale a favore delle emigrate italiane raggiunga il massimo dell’efficienza possibile e si eviti l’attuale dispersione di inutili e dispendiosi doppioni di iniziative che non sono a conoscenza l’una dell’altra.
  • un progetto che, utilizzando le conoscenze professionali e le reti relazionali delle italiane presenti nelle universitá tedesche, inizi a costituire una banca-dati sulla componente migratoria italiana, disaggregata per sesso e fascie di etá, allo scopo di individuarne le necessitá ed il grado della loro urgenza. La raccolta di questi dati, oltre a fornire una panoramica generale dell’emigrazione italiana nella BRD, dovrebbe servirci a formare una piattaforma per la costituzione di progetti a favore delle donne ed a indicarci le prioritá da seguire. In questo senso abbiamo giá preso contatto con donne che lavorano nelle universitá di Francoforte, Dresda e Berlino, e che comunque giá da tempo svolgono la loro ricerca nell’ambito degli studi su stranieri residenti nella BRD, le quali hanno dichiarato la loro disponibilitá e interesse per questo progetto.

Al Presidente del Comites della Circoscrizione consolare di Francoforte sul Meno Cav. Stefano Lobello

Invito alle associazioni, enti ed istituzioni che si rivolgono agli italiani

Da anni osserviamo il progressivo ridursi dei luoghi, in cui la comunità italiana poteva ritrovarsi. In essi si aveva l’opportunità di dare vita a progetti ed attività rivolte agli italiani residenti a Francoforte o semplicemente di stare insieme e rievocare quella storia comune che rinsalda i legami tra connazionali e rende loro desiderabile dare un contributo collettivo alla società locale. Senza nulla togliere al valore delle iniziative singole degli italiani impegnati in diversi campi di attività, pensiamo però di avere un di più da offrire alla società civile, se la nostra azione è coordinata, condivisa e supportata da tutte le organizzazioni, che si ripromettono di sostenere gli italiani nella vita in Germania. Conosciamo la storia e l’entroterra culturale della nostra emigrazione, ma anche la disponibilità di aiuti ed offerte delle istituzioni locali a tutti coloro che ne hanno bisogno per avere pari opportunità di crescita sociale e personale : saremmo quindi in grado di offrire la necessaria mediazione, se non avessimo grande difficoltà ad incontrare coloro a cui ci indirizziamo. Ci risulta che tra i piú di 16.000 italiani residenti a Francoforte molti avrebbero bisogno di informazioni e consigli adeguati a migliorare la loro situazione ed il futuro dei loro figli, ma non riusciamo a raggiungerli.

Il nostro progetto “Genitori informati” per esempio raggiunge un pubblico -molto grato per le informazioni sul percorso scolastico ed il bilinguismo che forniamo, ma che probabilmente se la caverebbe anche senza di noi, dato che usufruisce di mezzi culturali che alla maggior parte degli emigrati mancano. Perché non raggiungiamo i nostri principali “Adressaten” ?

Questo problema ci sembra generale e collegato al venir meno dei luoghi di aggregazione: questi erano presenti in anni passati, ma all’interno di contesti non più riproponibili oggi, sia per mancanza di fondi che per mutamenti politici e sociali.

Proponiamo di avviare una serie di incontri per analizzare la situazione e cercare strategie di miglioramento.

Liana Novelli Glaab per il Coordinamento Donne Italiane di Francoforte e.V.

Risoluzione

Nell’incontro di sabato 19 febbraio in occasione del sessantesimo anniversario dell’estensione del diritto di voto alle donne italiane, promosso ed organizzato dal Coordinamento Donne Italiane di Francoforte e. V. con il patrocinio del Consolato Generale di Francoforte, e che ha visto un animato dibattito sulla partecipazione delle donne italiane alla vita politica sia in Italia sia nella repubblica Federale, è stata votata la seguente risoluzione:

Le donne italiane in Germania, collegate ai coordinamenti locali presenti all’incontro, aspettano da anni un segnale positivo da parte italiana sulla promozione di azioni per le pari opportunità anche all’estero, sulla base delle indicazioni emerse dalle numerose conferenze (Stoccarda, Roma, Lecce, Berlino), tenutesi a seguito della Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo.
Le dichiarazioni d’interesse e d’impegno per il miglioramento della situazione delle donne italiane in Germania, espresse sia da parte dell’Italia che dell’Ambasciata italiana a Berlino, non si sono fino ad oggi concretizzate in progetti reali.
Constatata la mancanza di prospettive e strategie di fronte alle vecchie e nuove problematiche delle donne italiane in Germania, rilevati la minaccia di esclusione sociale ed economica che grava su molte di esse e lo scarso grado di accesso all’informazione che hanno la maggior parte delle donne qui residenti, sia come cittadine europee che come elettrici italiane, riteniamo sia necessario che l’obiettivo delle pari opportunità per le Italiane all’estero trovi un suo spazio all’interno dell’agenda d’impegni di tutte le istituzioni che ci rappresentano.

Pertanto chiediamo all’Ambasciata d’Italia in Germania di impegnarsi a:

  • procedere al più presto ad una mappatura delle donne italiane presenti sul territorio federale, impegnate nei Coordinamenti locali, nei Com.It.Es, nelle associazioni, nelle Consulte degli Stranieri, nei consigli comunali tedeschi, nelle istituzioni addette all’assistenza ed alla promozione scolastica, culturale e professionale degli italiani in Germania, nell’imprenditoria, nella stampa, nei sindacati, in modo da favorire l’allargamento della rete femminile, che già opera per favorire iniziative a vantaggio delle donne italiane in Germania in vista della realizzazione delle Pari Opportunità previste dallo Stato Italiano
  • istituire una Tavola Permanente delle Donne presso l’Ambasciata d’Italia a Berlino, riprendendo la proposta già presentata dal C.D. di Francoforte nel 1999 che andrebbe rielaborata sulla base delle esigenze e degli obiettivi attuali.
  • aprire un capitolo di spesa per l’avvio di progetti a favore delle Pari Opportunità per le italiane residenti in Germania, comprendente anche le spese di gestione della Tavola Permanente delle Donne

A breve termine chiediamo:

  • un incontro all’Ambasciata delle donne delegate dalle organizzazioni firmatarie di questa risoluzione, per discutere sulle modalità ed i tempi delle azioni di cui sopra
  • iI finanziamento di un incontro a livello federale, patrocinato dal Consolato Generale di Francoforte ed organizzato dal Coordinamento Donne di Francoforte, a cui siano invitate esperte dall’Italia per informarci sulle misure attuate da comuni italiani per la realizzazione delle pari opportunità (pensiamo alle esperienze di gender auditing e bilanci di genere di comuni italiani come Genova, Siena, Modena, Torino e Venezia). Questo incontro è auspicabile anche in vista di possibili progetti europei, per la cui richiesta il Frauenausschuss della città di Francoforte ha segnalato il suo interesse.
  • Confidiamo che le nostre richieste, già avanzate a più riprese a partire dalla prima conferenza delle donne italiane all’estero del 1998 a Roma, incontrino un positivo interesse da parte di codesta Ambasciata.

Il nuovo Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

Il Coordinamento Donne di Francoforte esprime preoccupazione rispetto alle recenti elezioni del CGIE

In seguito alle elezioni per il rinnovo del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero – CGIE, il Coordinamento Donne di Francoforte esprime grave preoccupazione per la quasi assenza di donne nei nuovi consigli.
Sul totale dei 65 membri eletti solo sette sono donne e il CGIE tedesco, che vantava la presenza di ben tre donne su cinque consiglieri, è adesso composto di soli uomini.

In questi 50 anni di emigrazione italiana in Germania, sono state soprattutto le donne a portare avanti il difficile processo d’integrazione nella società tedesca. Non solo l’andamento ed inserimento scolastico dei figli, la costituzione di una rete di rapporti sociali in loco, la gestione dei servizi, il dialogo con le istituzioni, ma anche la riflessione politica e scientifica rispetto al processo di integrazione sono ambiti nei quali le donne italiane hanno svolto e continuano a svolgere un ruolo centrale, non paragonabile all’operato maschile. Tutto ciò a fronte di una comunità a maggioranza maschile (le donne sono il 41% degli italiani in Germania ) , che continua a vedere il lavoro femminile come supporto all’economia familiare e quindi a non investire più che tanto nella formazione scolastica e professionale delle ragazze, che invece meriterebbero di essere sostenute per le loro migliori prestazioni. A noi sembra che l’ottica dell’assistenzialismo e del sostegno alla famiglia, che ha contraddistinto finora l’azione delle istituzioni italiane che si sono occupate dell’emigrazione, debba essere spostata sulla qualificazione degli italiani all ‘estero per il raggiungimento di una loro autonomia e crescita culturale e civile. Di questo ci siamo occupate soprattutto noi donne, anche per la nostra maggiore presenza nella formazione come insegnanti e come utenti-madri.

Un consiglio composto di soli uomini non è adatto ad esprimere la realtà della comunità italiana in Germania.
Ancora meno pensiamo di poter essere rappresentate nelle esigenze, attività e proponimenti specificamente legati alla realtà delle donne italiane. Considerando infatti il rapporto tra donne e uomini nell’ambito del CGIE mondiale, prevediamo sia impossibile rilanciare la proposta di una commissione parità all’interno del CGIE e ancora più difficile portare avanti la proposta di legge – che attualmente giace- per la costituzione di un Osservatorio delle Donne italiane all’estero.

Come Coordinamento Donne avvieremo un dibattito rispetto alle cause che hanno portato ai risultati di queste elezioni, in cui non si è evidentemente capito- neanche le donne l’hanno capito – che le donne sono necessarie non per la rappresentanza numerica, ma per i nuovi contenuti che esse portano e che sono testimoniati dal loro inserimento negli organismi politici locali, dove occupano spazi spesso più degli uomini (a Francoforte due donne su tre consiglieri comunali italiani). Avere questi spazi anche negli organismi politici italiani diventa a questo punto uno degli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere attraverso le attività del nostro Coordinamento.

Per il Coordinamento Donne di Francoforte

Liana Novelli (Presidente), Paola Fabbri (Vice-presidente)

Ma perchè non protestiamo?

Il primo razzismo è quello contro le donne

Sembra che in Italia ci si accorga delle donne solo quando si discute di 194- per lo più allo scopo di rendere sempre più difficoltosa la scelta di abortire – o quando vengono stuprate negli spazi pubblici, cioè nel minor numero dei casi di violenza, che come tutti sanno avvengono per la massima parte in famiglia.

E quando si tratta di bassi salari, precariato, mancanza di assistenza sanitaria, all’infanzia e agli anziani, si parla sempre di “famiglia”, come se questa fosse un soggetto identificabile, senza pensare che la famiglia è un insieme di soggetti concreti, all’interno dei quali chi da sempre tira la carretta ed a cui ci si dovrebbe rivolgere sono le donne. Dal 1948 l’art.37 della nostra Costituzione assegna alle donne “l’essenziale funzione famigliare” e sembra che a tutti vada bene così. Le donne non scioperano,non potendo lasciare figli, genitori e suoceri senza assistenza, continuano a svolgere il lavoro di cura necessario e, se ce la fanno ed a loro viene concesso, a lavorare fuori di casa, coprendo faticosamente le carenze dell’assistenza pubblica. L’unico sciopero a loro possibile – quello dell’utero, come era stato efficacemente definito a cavallo del ‘900 prima in Francia e poi in Germania – viene largamente praticato da anni, con il risultato che siamo il paese europeo con il più basso tasso di natalità a fronte della più alta percentuale di anziani. Questo non è solo un fatto che renderà sempre più difficile mantenere un paese con una piramide demografica sostanzialmente rovesciata, ma è un diritto negato alle donne italiane che, secondo l’indagine ISTAT “Essere madri in Italia” del 2005, hanno un desiderio di maternità di 2,2 figli a fronte di un numero reale di 1,24 per donna (l’ 1.34% del 2007 è dovuto alle donne straniere, che hanno un maggiore tasso di natalità). L’indagine ISTAT informa inoltre che le donne desiderano, prima di avere il primo figlio, un lavoro corrispondente alla propria formazione e che permetta una autosufficienza economica di livello almeno decente.

Il risultato è che la prima gravidanza avviene sempre più tardi – e in molti casi è troppo tardi e si ricorre sempre più spesso alla fecondazione assistita con tutte le difficoltà e gli effetti negativi che essa comporta- o non ci si arriva affatto. Comunque generalmente ci si ferma al figlio unico, cosa che non corrisponde al desiderio ed è un problema sociale (anche scolastico, come sanno gli insegnanti alle prese con principini viziati cui i genitori in caso di conflitto scolastico danno a priori ragione).

Che cosa si pensa di fare per permettere alle donne di essere ufficialmente occupate secondo la loro qualificazione? Nulla, nel discorso sulle priorità programmatiche del Presidente del Consiglio non ce n’è accenno. Stupisce che si parli sempre più spesso di meritocrazia: il fatto che le donne – più brave a scuola, laureate in maggior numero in tempi più brevi e con voti più alti- vengano tuttora discriminate nel mercato del lavoro, perché madri o – più spesso – solo perché a rischio di gravidanza e di lavoro di cura, non interessa né la politica né i media. Tra i 25 e i 35 anni una donna su due è precaria, così si evita il rischio di pagarle una gravidanza. Abbiamo un tasso di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa e molte donne devono smettere di lavorare per occuparsi di famigliari anziani- giustamente ripagando così l’aiuto ricevuto da loro nell’assistenza ai figli piccoli, dato che le strutture pubbliche o sono carenti o non pagabili. L’attuale pratica di tacita tolleranza di badanti e colf straniere- la cui permanenza in Italia non è se non in minima parte legalizzata- origina rapporti tra datrici di lavoro a rischio di essere denunciate e lavoratrici senza alcuna tutela legale, basati su accordi privati e potenzialmente conflittuali. In questo modo lo stato non paga una lira e scarica spese e rischi sulle donne italiane e straniere, che solo all’interno di un sistema di assistenza pubblica potrebbero sviluppare adeguati rapporti di solidarietà. Il ministro Brunetta ha mai pensato che una parte dell’assenteismo nell’impiego pubblico è dovuto al carico famigliare delle donne italiane, che i dati confermano come il più alto in numero di ore lavorative settimanali, sempre in confronto europeo?

  • La reale libertà nelle scelte procreative – se, quando e quanti figli avere- dovrebbe essere un diritto, almeno nei propositi, che un paese decente dovrebbe cercare di garantire, provvedendo a misure opportune, che mirino a ridurre la penalizzazione delle donne nelle possibilità di lavoro e di carriera. Un minore carico di lavoro famigliare permetterebbe loro anche una partecipazione politica con una presenza sufficientemente forte, da poter introdurre nel dibattito pubblico i temi del privato, che sono di urgente valenza politica
  • Chiediamo di: Modificare l’art.37 della Costituzione, dove recita:

… La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.”Le condizioni di lavoro devono consentirne l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”.

Si propone di abolire la seconda frase e di sostituirla con:

“La Repubblica si propone di rimuovere tutti gli ostacoli, da cui derivino svantaggi formativi e professionali della donna a causa delle sue scelte procreative e si impegna a garantirle la piena libertà dei suoi progetti di vita, fermo restando la speciale protezione assicurata alla madre ed al bambino”.

Questa modifica ci sembra necessaria ad avviare un dibattito sulla divisione dei ruoli famigliari e sociali, che vanno assolutamente ripensati. È sulla loro ridistribuzione che si deve basare un’organizzazione della società adatta a rispondere alle necessità attuali per una crescita equilibrata del paese. Ovviamente una modifica della Costituzione implica una legislazione corrispondente.

Proponiamo di:

  • Cercare misure opportune a rendere anche gli uomini a rischio di paternità e lavoro di cura (attualmente in Germania si danno incentivi economici, se gli uomini usufruiscono di due mesi di congedo dopo la nascita di un figlio, se no decadono. Il risultato è che il numero dei congedi maschili è triplicato. In Islanda, dove la natalità è di due figli a donna, il 90% degli uomini usufruiscono dei congedi parentali) Solo così si ha la possibilità che le persone vengano assunte e facciano carriera per merito e non per l’appartenenza sessuale.
  • Incoraggiare e favorire ditte e imprese che assumano donne, promuovano orari flessibili, introducano misure di assistenza interna per bambini piccoli, intensifichino l’uso di telelavoro e di banche(accumulo)-ore di-lavoro risparmiate per periodi di particolare impegno famigliare. Pensiamo a concorsi a premi, tassazione favorevole, punteggio più alto nelle gare pubbliche.
  • Fare un piano di stanziamento di fondi per promuovere strutture di assistenza all’infanzia – asili nido pagabili- ed agli anziani soli o bisognosi di cura continua, come nei casi di Alzheimer o demenza senile in stadio avanzato. Per questi ultimi – che aumenteranno sempre di più, in Germania oggi sono un milione e si calcola che a breve termine raddoppieranno- le badanti non possono essere la risorsa che sostituisce le carenze dello Stato, a meno che siano inserite in un sistema assistenziale pubblico, che regoli orari e carichi di lavoro. A questo scopo e per motivi di elementare giustizia, la loro permanenza, come quella di tutti gli stranieri che contribuiscono alla crescita del paese, deve essere legalizzata.
  • Istituire corsi di formazione per volontari di ambedue i sessi, che li rendano in grado di assistere temporaneamente e in maniera qualificata malati, anziani e bambini piccoli. Si pensa a persone pensionate da poco, a cui comunque venga ufficialmente riconosciuto questo servizio alla comunità, per poter almeno scaricare le spese necessarie.(iniziativa proposta in Germania dalla ministra Von der Leyen, che ha sette figli ed ora vive con tutta la famiglia a casa del padre malato di Alzheimer Ernst Albrecht, già presidente dei ministri nello Schleswig-Holstein)

Se di tutto ciò non si farà tema di dibattito pubblico e di esame parlamentare, le associazioni delle donne non avranno altra alternativa che scendere in piazza.

La festa del 9 novembre: Il suo senso e la sensibilità dei nostri governanti nei confronti della storia, nostra ed altrui

In data 7 aprile 2005 è stata pubblicata da alcuni quotidiani italiani la notizia che anche la Camera, dopo il Senato nel 2003, ha approvato l’istituzione di una “Giornata della Libertà”, intesa soprattutto come festeggiamento per la fine del comunismo, la cui celebrazione non poteva trovare, a parere dei parlamentari della CDL, una data migliore del 9 novembre, giorno della caduta del muro di Berlino.

Questa data per gli stessi tedeschi è stata e resta improponibile, tanto è vero che la celebrazione della caduta del muro e della riunificazione del Paese è stata anticipata al 3 ottobre. Il 9 novembre, anniversario della “notte dei cristalli”, viene commemorato in Germania dal governo e dalla comunità ebraica come evento luttuoso per eccellenza (Ricordiamo: 119 sinagoghe incendiate,7500 negozi di ebrei saccheggiati, 91 israeliti uccisi, 26000 rinchiusi in campi di concentramento). Evidentemente i nostri governanti ignorano non solo i fatti del 1938, ma anche il più recente dibattito dopo la caduta del muro, che portò appunto a scartare questa data, legata ad uno dei più bui capitoli della storia tedesca ed europea.

L’istituzione di una “Giornata della libertà” in Italia dimostra mancanza di sensibilità nei confronti della Germania, in quanto ci si appropria, stravolgendola, di una storia altrui. Non ci risulta che l’Italia abbia mai subito un regime totalitario comunista, né sia stata mai divisa in due nazioni da un muro. Questa festa sarebbe un nuovo evento mediatico, suscettibile di operazioni di diverso segno dietro la parola “libertà” e in evidente contrapposizione al 25 aprile, sminuendo la portata della Resistenza e dei valori ai quali essa si ispirava: la liberazione dall’occupazione nazifascista deve essere controbilanciata, nelle intenzioni della Casa delle Libertà, dalla liberazione del “pericolo vero”, quello del comunismo.

Non è la prima volta che i nostri rappresentanti governativi tentano di paragonare nazionalsocialismo e comunismo in termini puramente “quantitativi”, confrontando il numero delle vittime- basta ricordare il tema storico alla maturità dello scorso anno. Anche lí sbagliano, perché i 50 milioni di morti della seconda guerra mondiale vanno sul conto della Germania nazista, che la scatenó, e dei suoi alleati e l’unicità di “Ausschwitz ” non sta nel numero, ma nell’eliminazione industriale delle vittime, dei cui cadaveri si calcolava in anticipo anche il ricavato (capelli, grasso per fare sapone, ossa per i bottoni ecc.).

Paragoni, che non considerino e segnalino scrupolosamente i diversi contesti storici, si prestano per effettuare operazioni di rimozione e di revisionismo, vanificano la riflessione sulle responsabilità ed offrono alle nuove generazioni schemi interpretativi superficiali e quasi sempre sbagliati.

Maurella Carbone, Liana Novelli Glaab
Consulta degli Stranieri di Francoforte, Coordinamento Donne Italiane di Francoforte

Si associano:

Dario Azzellini, politologo-Berlino,Marta Baiardi (Istituto per la storia della Resistenza-Firenze),Tobia Bassanelli (redazione Webgiornale) Luigi Brillante (Patronato Inca), Nadia Canella-Wiese (Patronato Inca), Elisa de Costanzo (Com.It:es.Berlino), Paola Fabbri, giornalista, Gabriella Guercilena, insegnante, Gudrun Jäger ( Università di Francoforte),Francesca Lacaita (Università di Francoforte), Guido Lagomarsino, Rosa Maria Liguori- Pace (Consiglio comunale di Francoforte), Lisa Mazzi (Università di Saarbrücken),Ivan Minguzzi, collaboratore CGIL per le relazioni europee, Mauro Montanari, giornalista, Antonio Passaro, insegnante, Edith Pichler (Humboldt-Universität), Giuseppe Pontoni, Paola Risi, insegnante, Michele Santoriello (segretario DS-Germania)

Cambiamo la Costituzione, è sessista di Liana Novelli.

Cambiamo la Costituzione, è sessista

Non tutti lo sanno, ma nella nostra Carta fondamanentale sopravvivono norme arcaiche. Come l’articolo 29, che stabilisce l’uguaglianza dei coniugi, ma “nei limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”. E il 37, che attribuisce un ruolo “essenziale” solo alla donna nella cura della famiglia. Una proposta di modifica costituzionale

In Italia il bassissimo numero di nascite è dovuto anche al fatto che le donne sono troppo spesso costrette a scegliere tra figli e lavoro, limitando i loro progetti di vita e la loro stessa libertà. Ma osserviamo la realtà: come sono distribuiti i ruoli all’interno del nucleo familiare? Quali persone si occupano concretamente del lavoro di cura? I dati di un’inchiesta dell’Unione europea segnala per le italiane il più alto carico di ore lavorative settimanali. Il ruolo sociale attribuito alle donne è un fatto di costume e difficilmente si può cambiare la mentalità per decreto.

Quello che però distingue il caso italiano dalle altre nazioni europee è che il ruolo famigliare della donna viene a priori definito “essenziale” dall’articolo 37 della nostra costituzione, che lo attribuisce quindi in toto alla componente femminile e ne esonera di fatto quella maschile.

Art. 37.

La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore.
Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.
La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato.
La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

L’articolo 37, allora frutto di un compromesso tra i costituenti di parte socialista e clericale, se anche aveva un senso nella realtà del 1948, non ce l’ha più oggi, con l’accesso femminile al mercato del lavoro. Lavorare è necessario per le donne, per ovvii motivi economici, e per la società, che ha bisogno di contribuenti e non può permettersi di finanziare una preparazione scolastica e professionale – nettamente migliore rispetto a quella dei coetanei maschi, ci dicono i dati Istat – per poi gettarla via, relegando le donne al lavoro domestico non pagato.

Il tema demografico è quasi del tutto ignorato in Italia, mentre altrove sono stati messi in campo vari interventi. Prendiamo l’esempio della Germania, dove non mancano le contraddizioni, a cominciare la discussa ipotesi di introdurre il cosiddetto “betreuungsgeld”, una specie di “premio per la mamma che sta a casa”, come lo definiscono i critici, circa 100 € per le famiglie che non mandano il figlio al nido. Tuttavia, in generale, dopo decenni nei quali si è trascurato di considerare le conseguenze del basso tasso di natalità, la politica dell’attuale governo tedesco mira ad un suo rialzo ed ad una maggiore percentuale di donne attive, per attutire i problemi presentati da una piramide demografica rovesciata, sia per quanto riguarda la crescita economica che per un più equilibrato rapporto tra contribuenti e pensionati.

In Italia pochissimi si occupano di questa situazione, anche più grave di quella tedesca, dato che il tasso di natalità è più basso e la percentuale di anziani la più alta in Europa. Inoltre bisogna chiedersi perché si parla astrattamente di “famiglia” in difficoltà, senza voler vedere che le rinunce nelle scelte procreative sono collegate all’impossibilità da parte delle donne di reggere tutto il peso della cura ai minori e degli anziani.

Per questo è necessario cambiare gli articoli della costituzione che descrivono i ruoli maschili e femminili all’interno della famiglia (non meglio precisata) in modo squilibrato a danno delle donne, chiaramente discriminate nelle aspettative di lavoro retribuito, o perché in età a rischio di gravidanza, o perché già madri. Non è solo una questione simbolica. Una costituzione che prevede le stesse responsabilità nel lavoro di cura per uomini e donne è la premessa necessaria per impostare finalmente il dibattito in maniera corretta e arrivare a una legislazione di parità. Non basta invocare quote nella politica o nei consigli di amministrazione, cioè a livello avanzato, senza contemporaneamente avviare misure che favoriscano una condizione di partenza di effettiva parità, nella quale la partecipazione politica femminile sia resa possibile da criteri e regole del gioco non solo maschili e le opportunità di lavoro corrispondano ai meriti e non al sesso.

Proposta di modifiche alla Costituzione

Art. 29
“Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”, si legge nell’articolo 29 della costituzione italiana (il corsivo è mio). La “limitazione” è da cancellare, non avendo più senso.

Nel 1948 erano ancora in vigore disposizioni di legge del codice Rocco che attribuivano al marito la facoltà di vietare alla moglie di lavorare, di controllarne amicizie e corrispondenze etc. L’adulterio era perseguibile legalmente con conseguenze penali diverse a seconda del sesso, e più gravi per la donna, ovviamente. Tutte queste limitazioni sono da tempo abrogate e l’impostazione generale è data nella riforma del diritto di famiglia del 1975.

Art.37
“La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentirne l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione” (anche questo corsivo è mio).

Si propone di abolire la seconda frase e di sostituirla con:

“La Repubblica si propone di rimuovere tutti gli ostacoli, da cui derivino svantaggi formativi e professionali della donna a causa delle sue scelte procreative e si impegna a garantirle la piena libertà dei suoi progetti di vita, fermo restando la speciale protezione assicurata alla madre e al bambino”.

*L’articolo è stato pubblicato in www.ingenere.it/articoli/cambiamo-la-costituzione-sessista